Il modello Francese

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Si fa un gran parlare, oggi, dei risultati del primo turno delle Presidenziali in Francia.

E a ragione, visto l’importanza di queste elezioni e il potere che avrá chi sará eletto al ballottaggio.

Pochi peró fanno notare che, comunque vada, chi verrá eletto non avrá ottenuto al primo turno il sostegno di nemmeno un quarto dei votanti.

E chi é stato eliminato al primo turno lo é stato per pochi voti, nemmeno il 2%.

È un sistema ben peculiare, pur corretto dal fatto che le elezioni parlamentari si svolgeranno in seguito e con una formula diversa e piú rappresentativa.

É un sistema che spinge al leaderismo e a una scarsa rappresentativitá del Presidente scelto, in cambio di una supposta governabilitá che, visti i dovuti pesi e contrappesi del Parlamento, é soltanto supposta.

Democrazia in Movimento auspica che si abbandonino i modelli maggioritari e i capilista bloccati a favore di una legge proporzionale che dia veramente voce ai cittadini e che porti a superare il leaderismo imperante.

Il libero gioco del mercato viola i principi fondanti della nostra Costituzione

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Il TUEF (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) agli artt. 107 e 108 dichiara la incompatibilità con il mercato interno del cosiddetto “aiuto di Stato“, ossia “qualsiasi trasferimento di risorse pubbliche a favore di alcune imprese o produzioni che, attribuendo un vantaggio economico selettivo, falsa o minaccia di falsare la concorrenza“.

La regola fondamentale è che agli Stati è precluso l’aiuto di Stato tranne che per eccezionali ipotesi, quelle specificate dall’art. 107 TUEF.

Tralasciando ogni questione tecnica, il punto essenziale da evidenziare è che lo Stato può intervenire solo a determinate condizioni e avendo quale limite quello di “non falsare o minacciare di falsare la concorrenza“.

Quanto questo possa ritenersi compatibile con i principi presenti nel titolo III della Costituzione italiana (artt. 35 – 47) è tutto da verificare.

In sostanza, il TUEF risponde ad uno dei canoni propri della dottrina economica dell’ordoliberismo, ossia il laissez-faire, il “lasciare fare”, il non interventismo dello Stato nel libero gioco concorrenziale del mercato.

Al contrario, la nostra Costituzione è di tipo interventista, ossia assegno allo Stato una serie di compiti positivi in quanto finalizzati a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“.

Ai fini della rimozione degli ostacoli, la Repubblica:

  • tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni;
  • cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori;
  • riconosce il diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa;
  • assicura alle lavoratrici donne gli stessi diritti riconosciuti al lavoratore;
  • assicura mezzi adeguati in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaria, disoccupazione involontaria;
  • interviene sulla proprietà privata per evitare che si svolga in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana;
  • assicura la funzione sociale della proprietà e la rende accessibile a tutti;
  •  riserva allo Stato o espropria determinate imprese che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano preminente interesse generale;
  • impone vincoli alla proprietà terriera privata;
  • riconosce la funzione sociale della cooperazione;
  • tutela il risparmio in tutte le sue forme e favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione.

Privatizzazioni selvagge e divieti di intervento diretto dello Stato nell’economia sono in palese contrasto con i principi fondanti la nostra Repubblica, nella misura in cui non consentono di intervenire al fine della rimozione degli ostacoli che impediscono la realizzazione della eguaglianza sostanziale tra tutti i cittadini.

Di questo dobbiamo discutere, su questo è doveroso prendere posizione.

E almeno fino a quando la nostra Costituzione è quella nel testo voluto dalle Madri e dai Padri Costituenti, sono i trattati che devono essere letti ed applicati in funzione di quanto è previsto nella nostra Carta fondamentale e non viceversa.

E chi opera per invertire questo rapporto, chi agisce per le cessioni di sovranità a favore di un ordinamento europeo creato in aperta violazione dei nostri principi fondamentali calpesta il dovere sancito all’art. 54 Cost.: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi“.

Alessandro Crociata

Democrazia in Movimento

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Tornare alle origini della costruzione europea?

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I capi di Stato e di Governo riuniti ieri a Roma per l’anniversario del Trattato di Roma, sottoscritto il 25 marzo 1957, hanno detto a chiare lettere che bisogna riprendere i valori fondanti dei padri costituenti europei, quelli appunto del Trattato di Roma.
Ma di quali valori parlano?
In tema di valori, se leggiamo la Costituzione della Repubblica Italiana, immediatamente percepiamo che sono quelli fondati sulla lotta partigiana. Approfondendo gli interventi dei Costituenti tutto questo è ben presente. Basti leggere i resoconti della prima sottocommissione su quello che sarebbe divenuto l’art. 13 Cost. per rendersene conto.
Nella discussione sulla libertà personale erano evidenti i segni della sofferenza degli abusi dello stato poliziesco fascista e si voleva evitare per il futuro quegli orrori fatti di torture e cancellazione della dignità umana.
Sempre in tema di valori costituzionali, questi li troviamo ben delineati nella prima parte: lavoro, eguaglianza, solidarietà, salute, istruzione.
Quali sono, invece, i valori espressi nel primo atto istitutivo della Comunità Economia Europea, quella che alcuni, blindati da uno stato di polizia indegno della democrazia del nostro Paese, hanno celebrato ieri 25 marzo 2017?
Meglio: vi sono valori espressi nel Trattato di Roma. Mi pare di no.
Il Trattato firmato a Roma il 25 marzo 1957 è niente altro che uno squallido trattato commerciale, finalizzato a eliminare dazi e creare un mercato di libero scambio delle merci e dei capitali. Dove la libera circolazione delle persone è un mero accessorio, nemmeno tanto rilevante.
ARTICOLO 2. “La Comunità ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e il graduale ravvicinamento delle politiche economiche degli Stati membri, uno sviluppo armonioso delle attività economiche nell’insieme della Comunità, un’espansione continua ed equilibrata, una stabilità accresciuta, un miglioramento sempre più rapido del tenore di vita e più strette relazioni fra gli Stati che ad essa partecipano“.
ARTICOLO 3. “Ai fini enunciati all’articolo precedente, l’azione della Comunità importa, alle condizioni e secondo il ritmo previsto dal presente Trattato: a) l’abolizione fra gli Stati membri dei dazi doganali e delle restrizioni quantitative all’entrata e all’uscita delle merci, come pure di tutte le altre misure di effetto equivalente, b) l’istituzione di una tariffa doganale comune e di una politica commerciale comune nei confronti degli Stati terzi, c) l’eliminazione fra gli Stati membri degli ostacoli alla libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, d) l’instaurazione di una politica comune nel settore dell’agricoltura, e) l’instaurazione di una politica comune nel settore dei trasporti, g) la creazione di un regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato comune, h) l’applicazione di procedure che permettano di coordinare le politiche economiche degli Stati membri e di ovviare agli squilibri nelle loro bilance dei pagamenti, i) il ravvicinamento delle legislazioni nazionali nella misura necessaria al funzionamento del mercato comune, j ) la creazione di un Fondo sociale europeo, allo scopo di migliorare le possibilità di occupazione dei lavoratori e di contribuire al miglioramento del loro tenore di vita, m) l’istituzione di una Banca europea per gli investimenti, destinata a facilitare l’espansione economica della Comunità mediante la creazione di nuove risorse, k) l’associazione dei paesi e territori d’oltremare, intesa ad incrementare gli scambi e proseguire in comune nello sforzo di sviluppo economico e sociale“.
La parte seconda del Trattato di Roma dedicata ai “Fondamenti della Comunità” si apre con il titolo primo intitolato “Libera circolazione delle merci“.
ARTICOLO 9. “La Comunità è fondata sopra una unione doganale che si estende al complesso degli scambi di merci e importa il divieto, fra gli Stati membri, dei dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di qualsiasi tassa di effetto equivalente, come pure l’adozione di una tariffa doganale comune nei loro rapporti con i paesi terzi”.
“Sogno dei fondatori dell’Europa. Ritorno alle idealità di quegli anni. Bisogna proseguire il cammino tracciato dal Trattato di Roma”.
Tutte belle frasi, ad effetto, tranne poi scontrarsi con la realtà dell’essere quelle idealità così alte e nobili niente altro che un accordo commerciale, seppure sottoscritto con tanto impegno dalle più alte cariche degli Stati.
Su queste fondamenta non poteva che costruirsi quel pessimo edificio che è l’Unione Europea, dove sempre meno persone vogliono abitare, se non quelle che ci traggono l’enorme vantaggio di poter decidere per tutti.
No grazie.
Ci teniamo stretta la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza.
Per coloro che volessero approfondire i “valori” (?) del Trattato di Roma: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:11957E/TXT&from=IT
Alessandro Crociata
Democrazia in Movimento
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L’Euro: una semplice moneta? L’illusione degli illusi.

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Il dibattito sull’Euro è spesso caratterizzato da prese di posizioni aprioristiche, basate più sul sentimento personale di fiducia / sfiducia sulla moneta che non su reali elementi di giudizio.

Sia i fautori dell’Euro che i cosiddetti Euroscettici fanno perdere di vista quello che è il vero aspetto che dovrebbe essere oggetto del dibattito, al fine di assumere una posizione meditata e seria: vi sono e, in ipotesi, quali sono i fondamenti ideologici della moneta unica?

Per rispondere al quesito credo che sia necessario far riferimento alle fonti ufficiali, dalle quali possiamo trarre elementi per rispondere sulla base di elementi seri e verificabili.

Dal sito della BCE ricaviamo un intervento ufficiale di Mario Draghi, il quale così afferma:

Goodfriend sostiene che tutte e tre le categorie hanno implicazioni fiscali. E si afferma che la politica di credito e gli interessi in materia di politica di riserva comportano l’uso di fondi pubblici in un modo che può implicare un ruolo allocativo – e che possono quindi offuscare i rispettivi ruoli delle autorità monetarie e fiscali.
In questo contesto, vale la pena ricordare che la costituzione monetaria della BCE è saldamente fondata sui principi di ‘ordoliberalismo’, in particolare due dei suoi principi fondamentali:
– In primo luogo, una netta separazione dei poteri e degli obiettivi tra le autorità;
– E in secondo luogo, l’adesione ai principi di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo un’efficace allocazione delle risorse“.

Dunque al quesito possiamo rispondere: 1) si, vi è un fondamento ideologico che sorregge la moneta; 2) questo fondamento ideologico è l’ordoliberismo.

Ora, ad alcuni può anche andare bene che “la costituzione monetaria della BCE” si fondi sull’ordoliberismo, però almeno la si smetta di “illudere gli illusi”, ossia coloro che ancora ingenuamente credono che la moneta sia solo una moneta, ossia di uno strumento che offre semplicemente il vantaggio di poterla usare in più Paesi senza bisogno di ricorrere al cambio per le proprie vacanze o di agevolare gli scambi.

Il 4 dicembre abbiamo votato contro la riforma costituzionale che pretendeva di imporre i principi della “governance economica europea”, ossia quelli dell’ordoliberismo. Non possiamo accettare che questi stessi principi cacciati dalla porta rientrino dalla finestra, peraltro a nostra insaputa, e “illudendo gli illusi”.

Mettere in discussione la funzione di una moneta che si fonda sull’ordoliberismo (scuola di Friburgo) è un dovere per chi crede nei valori, nei principi, della Costituzione nata dalla Resistenza, la quale si fonda sui principi del keynesismo. E noi di Democrazia in Movimento manteniamo il nostro impegno a difesa e per l’attuazione della Costituzione Repubblicana Antifascista.

(Il testo in inglese dell’intervento di Mario Draghi lo trovate qui: http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/sp130618.en.html)

 

Alessandro Crociata

Democrazia in Movimento

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Un metodo di lavoro per dare un futuro all’Italia

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Il 4 dicembre 2016 il popolo italiano si è espresso in modo chiaro per dire NO alla riforma costituzionale proposta dal governo a guida Matteo Renzi.

Il popolo ha espresso un NO chiaro, netto, forte, manifestato con il 60% dei voti, in un quadro di ampia partecipazione dell’elettorato.

Sono ormai passati 4 mesi da quella storica domenica, eppure sembra che essa non ci sia mai stata

Certo, il Presidente del Consiglio non è più Matteo Renzi, essendo il testimone passato a Paolo Gentiloni, ma per il resto proseguono tutte le politiche del precedente governo, anzi queste vengono richiamate con orgoglio dal nuovo Presidente del Consiglio.

Prosegue inoltre lo svuotamento della Costituzione, lo svilimento degli alti principi, del lungimirante programma sociale, economico e politico della Costituzione.

Il cavallo di troia rimane sempre lo stesso: l’equilibrio di bilancio imposto dai trattati dell’Unione Europea.

Questo è lo strumento utilizzato per azzerare i diritti sociali, economici e politici indicati dalle Madri e dai Padri Costituenti.

E a breve a quanto pare avremo un altro tassello che ci farà ulteriormente precipitare nel baratro della macelleria sociale in atto da almeno 20 anni: l’ulteriore considerevole aumento dell’IVA.

Una tassa incostituzionale, in quanto irrimediabilmente contraria all’art. 53 Cost., al principio di progressività e proporzionalità, che non solo diventa sempre più centrale nel sistema impositivo del nostro Paese, ma raggiunge livelli insostenibili per le sempre più asfittiche finanze degli italiani.

Il 4 dicembre abbiamo vinto, abbiamo salvato la Costituzione e la democrazia. Vero. Ma se ci fermiamo a questo presto saremo perdenti in via definitiva.

Occorre una forte azione popolare di recupero del progetto costituzionale.

Per fare questo non bastano le sole “buone intenzioni”, né le riunioni accademiche aperte solo a finti capi con il fine di fare proselitismo fine a se stesso, dove si enunciano i grandi proclami senza aggancio vero con la realtà.

Noi riteniamo necessario una forte assunzione di responsabilità; occorre che tutti si rimbocchino le mani, che tutti lavorino per costruire concretamente, all’interno di regole certe e condivise, un concreto programma di attuazione della Costituzione.

Questo è quello che noi di Democrazia in Movimento stiamo facendo attraverso la nostra partecipazione alla Confederazione di Sovranità Popolare: niente fumosi incontri accademici, bensì organizzazione di tavoli di lavoro che costruiscano in modo condiviso un programma sociale, economico e politico che dia speranza al Paese tutto.

Invitiamo tutti a iscriversi ai tavoli di lavoro, al fine di dare un serio e fattivo contributo di idee, perché di questo ha bisogno il Paese.

I gruppi di lavoro già attivi sono:

  1. Stato, mercato e liberalizzazioni;
  2. Banche e debito;
  3. Giustizia e diritti umani;
  4. Etica costituzionale ed etica politica.

Per iscriversi: www.sovranitapopolare.it
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Le qualità del politico. Il politico dovrebbe …

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In un sondaggio aperto intitolato “le qualità del politico” abbiamo chiesto: “secondo te il politico dovrebbe …”.

Queste le principali risposte sulle qualità che dovrebbe possedere chi fa politica:

  1. essere competente;
  2.  essere onesto;
  3.  guardare al bene del Paese, inteso come Comunità tutta;
  4.  avere idee chiare, e verificate, su ciò di cui ha bisogno il Paese;
  5. essere coraggioso e determinato;
  6. fare compromessi quando servono per il bene della collettività.

Sogno, utopia? Può essere. Però non vi è peggiore sconfitta che arrendersi senza provarci.

Ovviamente non vi può essere “politico di qualità” senza il concorso di tutti, senza la partecipazione sociale della Comunità tutta.

Di certo non vi può essere “politico di qualità” se questo viene scelto dalle segreterie di partito; per questo siamo contrari ai “capilista bloccati” della legge elettorale, perché le segreterie non scelgono i “migliori” ma solo i più “fedeli”, e la fedeltà prescinde dalla qualità.

Per queste ragioni Democrazia in Movimento aderisce alla campagna del Comitato per la Democrazia Costituzionale e invita a firmare la petizione per restituire sovranità agli elettori: https://www.change.org/p/restituire-la-sovranit%C3%A0-agli-elettori

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L’ECCESSO DI COMPETITIVITA’

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L’ECCESSO DI COMPETITIVITA’

L’attuale sistema economico europeo è fondanto sul PRINCIPIO DI COMPETITIVITA’, sancito dal Trattato di Lisbona.

Questo principio è fra le maggiori cause del costante aumento della disoccupazione in Europa e della costante riduzione del tenore di vita e dei diritti sociali.

L’assenza di competizione in economia è certamente un fattore negativo, in quanto non stimola l’impegno sul lavoro dal punto di vista qualitativo e porta alla creazione di monopoli e di cartelli, originando prezzi eccessivi per beni e servizi, che ricadono sui cittadini-consumatori.

Partendo da questa evidenza è stato IDEOLOGICAMENTE elaborato il concetto di “massima competitività” che dovrebbe corrispondere alla fine dei monopoli e degli oligopoli, portando a prezzi bassi, il che sarebbe a tuttoi vantaggio dei cittadini-consumatori.

Ma le cose stanno proprio così?

Direi proprio di no.

Innanzitutto constatiamo che in certi settori di mercato i monopoli/oligopoli sono rimasti, ovvero poche imprese hanno il controllo del mercato, tagliando fuori ogni possibile concorrente.
Non intendo in queasta sede sviluppare questo interessante discorso, dato che vorrei dedicarmi alla discussione del principio di « massima competitività ».

Guardiamo quindi a cosa è successo nei settori dove effettivamente esistono molte imprese che competono fra loro.

Che cosa succede quando ad una gara di appalto pubblico partecipano 100 imprese ?
Per vincere non sarà sufficiente fare efficienza nella propria impresa.
Per vincere sarà necessario fornire prestazioni sottocosto, riducendo i salari dei lavoratori, le loro garanzie sociali, tagliando sugli oneri contributivi e fiscali, sui pagamenti verso i propri fornitori, delocalizzando all’estero…
La vittoria dell’appalto porterà inevitabilmente con sè dei tagli che colpiranno, direttamente o indirettamente, i cittadini-lavoratori, colpendo a catena i cittadini-consumatori.
Alla fine il taglio delle prestazioni sconomiche e sociali dei cittadini-lavoratori-consumatori si ripercuote sulle stesse imprese, dato che quei cittadini dovranno necessariamente, per soipravvivere, tagliare sul proprio tenore di vita e sulle spese della propria famiglia.

Che cosa succede, invece, se allo stesso appalto pubblico partecipano solo 4-5 imprese ?

In questo caso per vincere sarà sufficiente fare un po’ di efficienza di impresa, senza andare a colpire i diritti dei lavoratori-cittadini-consumatori.

In questo modo i lavoratori-cittadini-consumatori manterranno il loro potere di acquisto, garantendo la sopravvivenza del sistema produttivo.

L’eccesso di concorrenza e di competitività è un MALE per l’economia e per noi tutti cittadini.

Davide Gionco

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Senza il lavoro e la sicurezza sociale non vi può essere democrazia.

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Le parole di Lelio Basso siano scolpite nella mente e nel cuore di ognuno, e siano stimolo a realizzare la democrazia in questo Paese, far si che la democrazia non sia mera apparenza.
 
E’ questo è il senso profondo, onorevole Calamandrei, degli articoli sul lavoro … il senso profondo di questi articoli nell’armonia complessa della Costituzione, dove tutto ha un suo significato, e dove ogni parte si integra con le altre parti, sta proprio in questo: che finché questi articoli non saranno veri, non sarà vero il resto; finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia“.
(Lelio Basso, Assemblea Plenaria della Costituente, seduta pomeridiana del 6 marzo 1947).
 
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NO AL CETA, TRATTATO DI LIBERO SCAMBIO UE – CANADA

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L’approvazione del trattato di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati membri da un lato e il Canada dall’altro è un ulteriore passaggio verso il consolidamento del neoliberismo a vantaggio dei grandi gruppi industriali e delle multinazionali a danno dei piccoli produttori.

Il trattato approvato il 15 febbraio 2017 dal Parlamento Europeo ora deve essere ratificato dagli Stati membri, tra cui l’Italia.

Il Parlamento Europeo ha approvato il CETA con il voto positivo del partito popolare e del partito socialista europeo. Questo lascia presagire che anche il Parlamento italiano presto ratificherà il CETA, magari senza alcuna discussione, senza alcun approfondimento, senza alcuna verifica dell’impatto del CETA per la miriade di piccoli coltivatori che si vedranno sempre più annientati dalla importazione di prodotto a basso prezzo e nulla qualità.

Occorre impedire questo ulteriore scempio, questo ulteriore regalo alle multinazionali, occorre creare una rete di controinformazione che coaguli il dissenso e lo trasformi in forza propulsiva per bloccare la ratifica del Parlamento italiano del CETA, per impedire tutte le politiche distruttive imposte dal capitalismo e dal neoliberismo.

Noi ci siamo.

Democrazia in Movimento

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I numeri impietosi e la propaganda per allocchi.

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La gran cassa della propaganda esalta lo straordinario risultato del PIL 2016 dell’Italia, un fantastico 0,9%: meglio delle attese.

Accidenti direte voi, allora Renzi (e il suo clone low cost Gentiloni) ha fatto bene il suo lavoro, addirittura porta a casa risultati migliori delle aspettative.

Questi esaltatori dei risultati “di casa nostra” sono certamente gli stessi che guardano all’Europa come punto di riferimento fondamentale per le riforme, necessarie di certo per ottenere questi “mirabolanti risultati”, tranne quando si tratta di fare le comparazioni, se queste non convengono.

Allora questo sforzo lo facciamo noi e diamo i numeri (nel senso che diamo il PIL degli altri Paesi della UE).

Romania 4,4%

Irlanda 3,4%

Polonia 3,2%

Croazia 3,1%

Slovenia 3%

Repubblica Slovacca 2,9

Lituania 2,8%

Grecia 2,7%

Repubblica Ceca 2,6%

Svezia 2,4%

Spagna 2,3%

Lettonia 2,2%

Estonia 2,2%

Olanda 2%

Portogallo 1,6%

Germania 1,6%

Austria 1,6%

Daninmarca 1,5%

Gran Bretagna 1,5%

Belgio 1,4%

Francia 1,4%

Finlandia 1,2%

Italia 0,9%

Se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui siete stati premiati e avete potuto godere del meraviglioso risultato dell’Italia renziana, ultima per crescita ma prima assoluta per propaganda e allocchi che ci cascano.

Direte voi, ma con tessuto produttivo distrutto, con salari da fame e precarizzazione come diavolo si fa a crescere?

Infatti non si cresce, si va solo a traino: gli altri crescono e noi prendiamo le briciole.

Alessandro Crociata

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