Tutti gli articoli di Alessandro Crociata

NO AL CETA, TRATTATO DI LIBERO SCAMBIO UE – CANADA

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L’approvazione del trattato di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati membri da un lato e il Canada dall’altro è un ulteriore passaggio verso il consolidamento del neoliberismo a vantaggio dei grandi gruppi industriali e delle multinazionali a danno dei piccoli produttori.

Il trattato approvato il 15 febbraio 2017 dal Parlamento Europeo ora deve essere ratificato dagli Stati membri, tra cui l’Italia.

Il Parlamento Europeo ha approvato il CETA con il voto positivo del partito popolare e del partito socialista europeo. Questo lascia presagire che anche il Parlamento italiano presto ratificherà il CETA, magari senza alcuna discussione, senza alcun approfondimento, senza alcuna verifica dell’impatto del CETA per la miriade di piccoli coltivatori che si vedranno sempre più annientati dalla importazione di prodotto a basso prezzo e nulla qualità.

Occorre impedire questo ulteriore scempio, questo ulteriore regalo alle multinazionali, occorre creare una rete di controinformazione che coaguli il dissenso e lo trasformi in forza propulsiva per bloccare la ratifica del Parlamento italiano del CETA, per impedire tutte le politiche distruttive imposte dal capitalismo e dal neoliberismo.

Noi ci siamo.

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I numeri impietosi e la propaganda per allocchi.

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La gran cassa della propaganda esalta lo straordinario risultato del PIL 2016 dell’Italia, un fantastico 0,9%: meglio delle attese.

Accidenti direte voi, allora Renzi (e il suo clone low cost Gentiloni) ha fatto bene il suo lavoro, addirittura porta a casa risultati migliori delle aspettative.

Questi esaltatori dei risultati “di casa nostra” sono certamente gli stessi che guardano all’Europa come punto di riferimento fondamentale per le riforme, necessarie di certo per ottenere questi “mirabolanti risultati”, tranne quando si tratta di fare le comparazioni, se queste non convengono.

Allora questo sforzo lo facciamo noi e diamo i numeri (nel senso che diamo il PIL degli altri Paesi della UE).

Romania 4,4%

Irlanda 3,4%

Polonia 3,2%

Croazia 3,1%

Slovenia 3%

Repubblica Slovacca 2,9

Lituania 2,8%

Grecia 2,7%

Repubblica Ceca 2,6%

Svezia 2,4%

Spagna 2,3%

Lettonia 2,2%

Estonia 2,2%

Olanda 2%

Portogallo 1,6%

Germania 1,6%

Austria 1,6%

Daninmarca 1,5%

Gran Bretagna 1,5%

Belgio 1,4%

Francia 1,4%

Finlandia 1,2%

Italia 0,9%

Se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui siete stati premiati e avete potuto godere del meraviglioso risultato dell’Italia renziana, ultima per crescita ma prima assoluta per propaganda e allocchi che ci cascano.

Direte voi, ma con tessuto produttivo distrutto, con salari da fame e precarizzazione come diavolo si fa a crescere?

Infatti non si cresce, si va solo a traino: gli altri crescono e noi prendiamo le briciole.

Alessandro Crociata

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NO MES

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Ieri sera abbiamo organizzato un seminario sul MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).
Uno strumento creato per azzerare la Sovranità Popolare degli Stati che hanno sottoscritto il Trattato.
L’Italia contribuisce al MES con 125 miliardi di euro.
La Camera dei Deputati ha approvato la legge di ratifica del trattato (L. 23/07/2012 n. 116) in appena due giorni, con una maggioranza schiacciante (325 favorevolI su 414 votanti). Questo con il voto bipartisan del Partito Democratico del Popolo della Libertà.
E’ chiaro che la decisione di approvare il MES è stata assunta altrove e i Deputati si sono limitati a schiacciare un pulsante per eseguire l’ordine impartito.
L’Italia si è impegnata a dare 125 miliardi di euro per uno strumento finanziario i cui vertici godono della assoluta immunità e sono sottratti a qualsivoglia controllo giurisdizionale.
Questo ci fa dire che non servono parlamentari low cost, servono donne e uomini competenti e con la schiena dritta, che non ubbidiscono agli ordini delle segreterie che a loro volta eseguono gli ordini dei grandi gruppi finanziari.
Servono donne e uomini che vogliono attuare la Costituzione e che abbiano il coraggio di dire NO a questi strumenti finanziari di controllo delle popolazioni e contro le popolazioni.
Noi ci siamo, noi abbiamo la schiena dritta.
Facciamo appello a tutte le donne e gli uomini con la schiena dritta a lavorare insieme a noi per fermare questo scempio delle nostre democrazie, fonte primaria delle gravissime diseguaglianze e della crescente povertà che sta colpendo strati sempre più ampi di cittadine e cittadini.

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E’ LA STAMPA, BELLEZZA!

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Il dato è oggettivo: siamo quotidianamente bombardati da articoli di stampa che mettono in risalto una sola notizia, ripetuta con dettagli di contorno, diversi nei giorni ma avente un solo fatto principale: i rapporti della Raggi con Marra e Romeo.
Concordiamo sul fatto che ci sia in atto una campagna mediatica contro la giunta 5 Stelle di Roma, con l’evidente intento di minare il consenso sul detto Movimento anche a livello nazionale.
Concordiamo, da lettori, sul fatto che la notizia dei rapporti tra la Raggi, Marra e Romeo sia di quelle che dovrebbero essere liquidate nelle brevi e prive di interesse già solo dopo averla ripetuta per due giorni di fila e non sbattuta in prima pagina tutti i santi giorni da mesi.
Concordiamo su tutto. Su una cosa fondamentale non concordiamo e non potremo concordare mai: che una forza politica che si candida al governo del Paese possa, sotto qualsiasi forma, intimidire la stampa, possa creare liste di proscrizione di giornalisti sgraditi da punire.
Questo non possiamo accettarlo, perché il passo alla censura arbitraria della libera stampa diventa troppo breve e le conseguenze potrebbero divenire terribili per la democrazia del Paese e per i valori costituzionali di libertà.
I giornalisti possono essere criticati, possono essere smentiti, ma le liste di “sgraditi” violano senza rimedio l’art. 21 della Costituzione.

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Siamo realisti, vogliamo l’impossibile: attuare la Costituzione.

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L’avvento di Trump, la campagna elettorale francese con la forte ascesa della Le Pen, la Brexit, l’Europa a due velocità ipotizzata dalla Merkel, sono tutti fattori che rendono sempre più probabile una implosione della Unione Europea e dell’Euro.

I pressanti monti di Draghi di questi giorni sono un ulteriore forte segnale in questo senso, una sorta di linea Maginot a difesa dei fragili confini del castello di carta che sono l’UE e l’Euro.

Il punto centrale del ragionamento a quanto pare non è più il “se”, ma il quando e il come.

In altri termini, dato per inevitabile la dissoluzione della Unione Europea e dell’Euro per come sono stati costruiti, occorrere ragionare seriamente su come “governare” questo crollo prima che esso avvenga.

La cieca obbedienza ai dettami ordoliberisti posti a fondamento della Unione Europea e dell’Euro sta impedendo ogni seria riflessione, lasciando tutto lo spazio di reazione ai cosiddetti populismi.

Populismi che altro non sono che manifestazioni di rifiuto di una situazione che sta portando all’impoverimento strati sempre più ampi della popolazione e alla concentrazione di ricchezza in sempre meno mani.

Cosa fare allora?

Se vogliamo evitare che il futuro sia regalato ai nazionalismi egoistici, improntati alla xenofobia, è necessario ripartire dal nostro sistema costituzionale, dalla struttura keynesiana della nostra Costituzione, con la sua centralità del lavoro, dei diritti sociali e dei doveri di solidarietà.

L’opposto del sistema di questa Unione Europea e di questo Euro, improntati all’ordoliberismo della scuola di Von Hayek, uno degli economisti che più ha contrastato le teorie di Keynes.

Basta leggere il discorso di Mario Draghi fatto a Gerusalemme il 18 giugno 2013:

“In this context, it is worth recalling that the monetary constitution of the ECB is firmly grounded in the principles of ‘ordoliberalism’, particularly two of its central tenets:

  • First, a clear separation of power and objectives between authorities;
  • And second, adherence to the principles of an open market economy with free competition, favouring an efficient allocation of resources”.

Tradotto, più o meno: “In questo contesto, vale la pena ricordare che la costituzione monetaria della BCE è saldamente fondata sui principi dell’ordoliberalismo, in particolare due dei suoi principi fondamentali: In primo luogo, una netta separazione dei poteri e degli obiettivi tra le autorità; e in secondo luogo, l’adesione ai principi di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo un’efficace allocazione delle risorse”.

In sostanza, l’opposto del solidarismo interventista a tutela dei diritti sociali ed economici della nostra Costituzione.

Noi non vogliamo lasciare il nostro futuro in mano al populismo xenofobo e nazionalista dei Le Pen e Salvini, ma non vogliamo nemmeno lasciarlo a questa Europa costruita sulla rigida competizione ordoliberista che sta massacrando fette sempre più ampie di popolazione.

Vogliamo ripartire dalla Costituzione, vogliamo riprendere il progetto sociale, economico e politico delineato dalle Madri e dai Padri Costituenti, convinti che in questo progetto solidaristico, di diritti e doveri sociali, possa trovarsi risposta vera ai bisogni del Popolo, quello che fonda il nostro ordinamento repubblicano nato dalla Resistenza.

Speriamo di poter condividere con voi queste riflessioni e trovare ragioni per portare avanti insieme questo progetto.

Alessandro Crociata

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Prima che sia troppo tardi, discutiamo di questa Unione Europea e di questo Euro.

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L’Unione Europea e l’Euro sono in fase di implosione.
Il divario tra i paesi del nord Europa, come la Germania, e quelli mediterranei, come l’Italia, sta raggiungendo livelli ormai insostenibili.
Possiamo lasciare questo percorso verso il suo destino autodistruttivo, possiamo lasciarlo in mano ai gruppi xenofobi che si stanno rinforzando in tutta Europa sotto forma di finto nazionalismo, oppure possiamo con serietà, senso di responsabilità, visione per il futuro di progresso dei popoli europei, rimettere in discussione in radice quanto fatto fino ad oggi e ripensarlo su basi completamente diverse.
Nazionalità e nazionalismo non sono la stessa cosa.
Europa dei popoli ed Europa finanziaria non sono la stessa cosa.
La costruzione keynesiana della nostra Costituzione non è la stessa cosa della costruzione ordoliberista della Unione Europea e dell’Euro.
Noi di Democrazia in Movimento apriamo un serio dibattito su questi aspetti, senza pregiudiziali, senza le urla scomposte che accompagnano alcuni dibattiti degli oltranzisti europeisti e antieuropeisti, al fine dare una speranza al nostro Paese e in definitiva all’Europa stessa, che non necessariamente deve coincidere con l’Unione Europea e con l’Euro.
Invitiamo a partecipare al dibattito, prima che sia troppo tardi.

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LA SENTENZA SULL’ITALICUM NON CI CONVINCE DEL TUTTO.

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La Corte Costituzionale si è pronunciata sull’Italicum dichiarando la incostituzionalità del premio di maggioranza assegnato con il ballottaggio e la possibilità di scelta rimessa ai capilista eletti in più collegi.

Resta il premio di maggioranza assegnato alla lista che ottiene almeno il 40% dei voti validi.

Questa pronuncia archivia definitivamente il progetto di governabilità delineato dal governo Renzi con l’avallo del Presidente Napolitano. Progetto che poggiava sulle due gambe della riforma costituzionale e della riforma elettorale (V. discorso di Renzi al Senato del 24.2.2014).

Detto questo, il mantenimento del sistema premiale al primo turno non ci soddisfa in quanto consente una grave distorsione del sistema rappresentativo, assegnando alla lista che dovesse superare anche di un solo voto la soglia del 40% dei voti validi ben 340 seggi, con un premio del 15%.

Questo sacrificio alla piena rappresentanza è irragionevole anche alla luce dei dettami della sentenza della stessa Corte 1/2014, laddove si ammette di poter sacrificare (in parte) il principio di rappresentanza solo per conseguire “la formazione di una adeguata maggioranza parlamentare, allo scopo di garantire la stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo decisionale”.

A ben vedere i sistemi elettorali conseguenti per il Senato dalla sentenza 1/2014 e per la Camera dei Deputati dalla sentenza del 25.1.2017 denotano una sostanziale difformità che impediranno nei fatti di conseguire la “stabilità del governo del Paese e di rendere più rapido il processo decisionale”, pertanto vengono a mancare quei requisiti di “proporzionalità”, “ragionevolezza” e “bilanciamento degli interessi” al cui concorrere solo è legittimo sacrificare (parte) della “rappresentanza”, espressione della sovranità popolare come prevista all’art. 1 Cost.

La difformità dei sistemi elettorali, del resto, è frutto di una specifica volontà del Parlamento a guida renziana, laddove ha deciso di limitare l’intervento della riforma elettorale solo alla Camera e non al Senato, nella arrogante quanto velleitaria convinzione di poter vincere il referendum costituzionale che vedeva la trasformazione del Senato in organo non più elettivo.

In conclusione, la Corte ha inferto un ulteriore colpo mortale alla governabilità renziana, ossia quel sistema in cui ci deve essere sempre e comunque un vincitore che prende il banco e con esso tutti i poteri dello Stato senza limiti e validi contropoteri; però ha consentito delle inammissibili aperture, salvando premio di maggioranza al primo turno e capilista bloccati, che possono incidere sul sistema di rappresentanza democratica, senza per ciò stesso far conseguire alcun vantaggio in termini di maggiore efficienza del sistema, anzi ponendo ulteriori gravi questioni come il collegamento diretto tra i capilista e le segreterie di partito, con quanto ciò significhi in termini di selezione di adeguato personale politico.

Noi di Democrazia in Movimento proseguiamo la nostra lotta per la piena attuazione della Costituzione, per la piena realizzazione della Sovranità Popolare e per la eliminazione di questi obbrobri antidemocratici fatti salvi dalla sentenza della Corte Costituzionale.

Alessandro Crociata

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Il giorno dell’Italicum innanzi alla Corte Costituzionale.

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Oggi, innanzi alla Corte Costituzionale, saranno chiamati in udienza pubblica le cause di incostituzionalità dell’Italicum sollevate dai Tribunali di Messina, Torino, Genova,  Perugia, Trieste.

http://www.cortecostituzionale.it/documenti/lavori/doc/CC_CL_UP_20170123115827.pdf

La Corte è chiamata a decidere sulla costituzionalità delle norme dell’Italicum relative alle elezioni della Camera dei deputati, per le parti concernenti la lista dei candidati, l’attribuzione dei seggi, la soglia di sbarramento. il premio di maggioranza. il blocco misto delle liste e delle candidature, il meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza al secondo turno di ballottaggio tra le due liste con il maggior numero di voti, l’opzione per un collegio da parte del candidato capolista eletto in più collegi plurinominali, il meccanismo del recupero proporzionale dei voti nella Regione Trentino-Alto Adige.

Democrazia in Movimento ringrazia le cittadine e i cittadini che hanno, con sacrificio personale e alto senso democratico, portato innanzi ai Tribunali le questioni di incostituzionalità dell’Italicum, oggi rimesse alla valutazione della Consulta.

Democrazia in Movimento auspica che la Corte accolga pienamente tutte le questioni di costituzionalità sollevate, in modo da rendere effettivo l’alto principio sancito all’art. 1 della Costituzione, secondo il quale la sovranità appartiene al popolo.

Alessandro Crociata

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Caro Renzi, con la tua pessima riforma il voto delle comunali non è più un voto locale.

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Nei giorni scorsi l’attuale Presidente del Consiglio, nonché segretario del Partito Democratico, alla luce dei risultati non proprio incoraggianti per il suo partito, ha tenuto a ridimensionare la portata del voto per il rinnovo dei sindaci, affermandone il carattere ad effetto meramente locale.

Renzi però dimentica che con la sua (pessima) riforma costituzionale il Senato della Repubblica è formato da 74 consiglieri regionali e 21 sindaci. Così, alcuni dei sindaci oggi eletti potranno domani essere i senatori del nuovo Senato, con le conseguenze che ciò comporta in termini di partecipazione ai procedimenti legislativi nazionali e alla elezione degli organi di garanzia del Paese (Presidente della Repubblica, Giudici Corte Costituzionale, componenti laici CSM, Autorità Indipendenti).

A partire dalla approvazione della riforma il voto, dunque, non è più un voto solo locale ma assume un carattere nazionale, e l’esito dello stesso influisce necessariamente sugli assetti politici nazionali. Il risultato delle elezioni comunali e regionali pertanto produce effetti sulla maggioranza parlamentare e sullo stesso governo.

Già ora Renzi dovrebbe prenderne atto, già ora gli elettori devono sapere che non votano più soltanto per il sindaco e per i consiglieri regionali, ma votano indirettamente per la composizione del nuovo Senato.

Per evitare questo ulteriore effetto distorsivo della pessima riforma costituzionale, per far si che il voto per sindaci e consiglieri regionali rimanga quello che deve essere ossia un voto locale, non v’è che un modo: partecipare in massa alla sottoscrizione dei referendum, prendendo contatto con i comitati referendari, e votare NO al referendum oppositivo alla riforma costituzionale.

Alessandro Crociata

Democrazia in Movimento

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Il modello di democrazia Erdogan – Trump – Hofer? No, grazie.

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I sostenitori della riforma costituzionale e della legge elettorale (Italicum) dicono che occorre creare un sistema stabile, con un forte governo che duri per cinque anni e si assuma la responsabilità del proprio operato.

Per conseguire questo obiettivo si è scelta la via del premio di maggioranza, dei capilista bloccati, della trasformazione del Senato in organo non più eletto direttamente dai cittadini e dell’accentramento dei poteri in capo alla amministrazione statale con riduzione dei poteri regionali.

In sostanza si assegnano 340 su 630 seggi alla Camera al partito che supera il 40% al primo turno ovvero vince il ballottaggio al secondo turno.

Alle opposizioni restano 290 seggi, da dividersi tra tutte le opposizioni che abbiano superato lo sbarramento del 3%.

I sostenitori del si dicono che questo non influisce sulle nomine/elezioni degli organi di garanzia, in quanto occorrono maggioranze più ampie di quella prevista con il premio di maggioranza.

Ovviamente non è così, bastano i numeri per farlo comprendere. Prendiamo ad esempio l’elezione del Capo dello Stato. Vi partecipano i componenti delle due Camere, ossia 730 parlamentari. Di questi 340 della maggioranza della Camera più i senatori che appartengono allo stesso partito. Oggi, ade esempio, per la elezione del Presidente della Repubblica il Partito Democratico potrebbe contare su circa 370 parlamentari, ossia più della maggioranza assoluta.

Non occorre grande sforzo di fantasia per comprendere in che misura i voti dei parlamentari del partito che detiene la maggioranza assoluta dei seggi possano influire sull’esito finale del voto. Alle divise minoranze non rimane altro che confluire sulla scelta fatta dal partito di maggioranza, perchè pur unendosi le minoranze non avrebbero speranza alcuna di poter essere determinanti senza la volontà della maggioranza parlamentare.

Del resto, le nomine poi – come capitato in passato – possono essere accelerate da condizioni di emergenza che possono indurre (obbligare) a far convogliare la scelta verso il nome voluto dal partito che ha la maggioranza nel Parlamento.

Il punto rimane che questa altro non è che una maggioranza nel Parlamento e non nel Paese, visto che si tratta di maggioranze artificiose create sulla base di una legge elettorale che altera fortemente il voto degli elettori.

E’ intuitivo come questo sistema, così fortemente accentrato nei poteri, ponga seri rischi sulla tenuta democratica complessiva del sistema perché lasciato in “balia” della qualità democratica del leader che governa attraverso quella maggioranza.

Gli attuali partiti non hanno più alcuna capacità di bilanciare il peso del leader, sia perché ormai si tratta niente altro che enti di proprietà degli stessi leader, sia perché attraverso le moderne forme di legittimazione del potere, tutte basate sulla persona del leader, si sposta il centro decisionale dalla base verso il vertice.

Abbiamo esempi evidenti della trasformazione di quelle che appaiono democrazie in stati autoritari proprio per il peso specifico assunto dal leader, il quale utilizza le istituzioni per consolidare il proprio potere personale. Vedi, ad esempio, la Turchia di Erdogan.

Per coloro che ritengono la Turchia aliena alle tradizionali democrazie occidentali, occorre ricordare che proprio in queste ore si sta decidendo il nuovo presidente dell’Austria e che a breve sarà deciso il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Immaginate lo xenofobo Hofer o il tycoon Trump con i poteri concessi dal combinato disposto della legge elettorale e della riforma costituzionale, con una Camera dei Deputati totalmente in mano a questi personaggi, con la forza tale da poter determinare la elezione / nomina di Presidente della Repubblica, dei giudici della Corte Costituzionale, dei componenti del CSM o delle Autorià Indipendenti (che sono quasi tutti nominati dal Presidente della Camera e del Senato).

Scenari lontani dalla realtà? Siamo certi? Chi avrebbe scommesso appena qualche mese fa su un Trump presidente della più potente democrazia occidentale, con la possibilità di affidare ad un simile personaggio pure la valigetta nucleare. Il punto è che gli Stati Uniti mantengono ancora forti strumenti di bilanciamento dei poteri, ad esempio le elezioni di mid-term che possono portare al Congresso maggioranze diverse da quelle del Presidente.

In Italia, stiamo abbandonando questo sistema del bilanciamento dei poteri che era stato bel costruito dai Padri Costituenti, per un avventurismo istituzionale per il quale è veramente difficile indovinare sorti e sbocchi.

Il nostro NO forte e deciso a queste riforme renziane è dettato da questa forte preoccupazione, dal non voler scoprire cosa possa fare un Hofer o un Trump di casa nostra con i poteri che gli sarebbero attribuiti con il nuovo sistema istituzionale.

Prima che sia troppo tardi, fermiamoli.

Alessandro Crociata

(Democrazia in Movimento)

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