Autore Topic: sminkiatura parte prima UN PENSIERO DOMINANTE: IL MONETARISMO 2.0  (Letto 2137 volte)

Offline Luigi Intorcia

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E' VENUTO IL MOMENTO DI SMASCHERARE LE TEORIE APPLICATE IN ECONOMIA PER SCOPRIRE IL PERCHE' DI TANTO SCONQUASSO ECONOMICO NELLA NOSTRA ERA  E LE  DIFFICOLTA' SENZA PRECEDENTI A CUI SIAMO SOTTOPOSTI DAL 1972 AD OGGI.
COSA C'E' SOTTO AL CONCETTO DELLE PRIVATIZZAZIONI E OGNI ALTRO ASPETTO POSSIBILE  CHE SIA  SBAGLIATO. 

IN REALTÀ I MONETARISTI, CHE NON SI PREOCCUPANO DELLA DISTRIBUZIONE, A CHI VANNO, VANNO  I SOLDI ( LA MONETA )   NON INTERESSA MINIMAMENTE, PER LORO BASTA CHE IL DARE E' UGUALE AD AVERE MENO QUALCOSA ( PROFITTO) ED E' TUTTO OK? TUTTO OK UN PAIO DI....COSIDDETTI.. PER QUESTI TEORICI NON E' ACCETTABILE  LA  VERIFICA CHE LA TEORIA DEL POLLO FACCIA  ACQUA DA OGNI PARTE, INFATTI CI STA CHI SI MANGIA QUASI TUTTO IL POLLO E SE  FA RESTARE UNA MEZZA PIUMA ( CRUDA) AD UN ALTRO, PER LORO VA BENE.........GLI VA BENE PERCHÉ' RISULTA CHE IL POLLO E' INTERAMENTE CONSUMATO ( o prodotto= efficientismo ) DA CUI DERIVA LO SCAMBIO IL VALORE e tutti vissero felici e contenti .........E CI MERAVIGLIAMO, CHE OGGI INTERE UNIVERSITÀ' SFORNANO QUESTI UBRIACHI DI FALSE FELICITA'?  PIÙ AVANTI ESISTE TUTTA UNA ANALISI MOLTO SEMPLIFICATA PER CHI SI VUOLE DILETTARE A CAPIRE IL MECCANISMO NEFASTO DI SIMILI TEORIE E A TENTARE DI FARSENE UNA RAGIONE. MA AVVERTO, CHE NORMALMENTE 3 SU 1000 CI RIESCONO, GLI ALTRI NON SARANNO CHE IN MINIMA PARTE CAPACI..... CONSIGLIO UNO SFORZO, PERCHÉ E' CON QUESTA TEORIA CHE CI STANNO DISINTEGRANDO DA OLTRE 43 ANNI

ps: Caro lettore se non ti interessa la teoria, vai alle conclusioni  in fondo e fidati di quello che e' scritto perché è la verità.. purtroppo per me e per te........
 


LA SCUOLA DI CHICAGO
Il fondatore e principale esponente è, negli anni Trenta del Novecento, Henry Simons, in genere considerato un sostenitore del laissez faire, ma la sua opera principale (A Positive Program for Laissez Faire, 1934) è caratterizzata da un diffuso interventismo in campo fiscale, redistributivo e di controllo antitrust delle imprese. Gli altri due esponenti della prima generazione sono F. Knight e J. Viner.
La seconda generazione della scuola è guidata da Milton Friedman, ed è composta da Theodore Schultz, George Stigler, Merton Miller, Ronald Coase, Gary Becker, Robert Fogel, Robert Lucas, James Heckman.

IL MONETARISMO
La dottrina monetarista si riconduce essenzialmente all’insegnamento di Milton Friedman  e agli sviluppi che le sue formulazioni teoriche ricevettero ad opera dei suoi discepoli.

Schema walrasiano - Lo schema di riferimento è quello di Walras: esiste uno stato “naturale” dell’economia determinato dal mercato e identificato con  la  configurazione  di  equilibrio generale walrasiana. Tale configurazione prevede la piena occupazione delle risorse grazie alle capacità di autoregolazione del mercato e alla stabilità di funzionamento del settore privato (anche se il settore privato non è per sua natura stabile, il tentativo di curarne l’instabilità la aggrava anziché ridurla). Nel medio-lungo periodo i movimenti dell’economia reale – produzione, occupazione, crescita della produttività – sono determinati esclusivamente da fattori reali quali il progresso tecnico, la crescita dell’offerta di lavoro, il tasso di formazione del capitale.
La piena occupazione va intesa in senso economico, non tecnico, cioè come situazione nella quale il livello dei prezzi è stabile; dunque vi sarà un tasso di disoccupazione naturale, cioè fisiologico, frizionale.
Qualunque caduta della domanda globale verrebbe  riassorbita grazie  al  real  balance  effect  (tramite  aggiustamenti  di portafoglio che coinvolgono anche i beni reali).

Offerta  di  moneta - Il termine stesso, “monetaristi”, deriva dalla grande importanza attribuita da questa scuola alla moneta. Essa è un unicum difficilmente sostituibile con altre attività finanziarie (è tenuemente sostituibile con tutte le attività, finanziarie e reali), ed è  identificabile in modo preciso: essa include moneta legale, depositi a vista e depositi a risparmio (M2) . In realtà per la scuola di Chicago la definizione di moneta non è stabilita a priori: in linea con la metodologia positivista ed empirista, la moneta è l’entità che si correla quantitativamente nella maniera migliore al reddito nazionale.
Da ciò consegue che la moneta, non essendo prossimo sostituto di altre attività finanziarie, comprende nel suo spettro di sostituzione sia attività finanziarie sia beni reali.
L’offerta di moneta è un dato esogeno, controllabile dalle autorità monetarie. Queste, infatti, determinano la base monetaria, e il credito totale è un multiplo stabile della base stessa .

Domanda di moneta - In accordo con la tradizione neoclassica, per i monetaristi i soggetti tendono a conseguire il massimo livello di soddisfazione  distribuendo  la  propria  ricchezza nelle diverse forme  in  modo  da  uguagliare  l’utilità marginale ponderata di ciascuna di esse: 
  =   = ... =   (distribuzione del consumo fra i singoli beni, del reddito  fra consumi e risparmi, del risparmio fra singole forme di impiego).
La domanda  di moneta, che non è altro che uno dei tanti modi di detenere ricchezza, dipenderà dalle variabili che influenzano le scelte dei soggetti, e cioè (soprattutto) dalla ricchezza complessiva, dai rendimenti delle sue componenti e dai gusti:
M = f (W, w, im, ib, ie, dP/P, u); dove W = ricchezza (capitale umano, beni capitali, moneta, azioni, obbligazioni ecc.), w = quota di capitale non umano rispetto  a quello umano,  i m = rendimento della moneta (zero  per  la moneta  legale, positivo  per  i  depositi),    i b = rendimento  delle  obbligazioni, ie= rendimento delle azioni, dP/P = rendimento  dei  beni  (dipendente dalla variazione dei prezzi), u = gusti.
La ricchezza W, per consentire di calcolarne il valore, può essere  espressa in termini di reddito permanente (Yp= w • i ) che è il flusso di reddito goduto stabilmente nel passato e che ci si attende  per  l’avvenire (in pratica, la media dei redditi di più anni).

Funzione del consumo
L’ipotesi di Keynes, che nel lungo periodo la frazione di reddito consumata (propensione al consumo) fosse destinata a diminuire (e dunque la propensione al risparmio ad aumentare), era smentita dai dati statistici. Mentre i consumi delle famiglie divise per fasce di reddito, in un dato istante, mostravano che al crescere del reddito la propensione al consumo si riduceva, se si guardava all’andamento nel tempo del rapporto fra consumo e reddito complessivi dell’intera popolazione, esso rimaneva costante.
Friedman risolse le difficoltà interpretative introducendo il concetto di “reddito permanente”. Friedman accetta l’impostazione secondo cui il consumo dipende (quasi esclusivamente) dal reddito. Ma non dal reddito corrente, caratterizzato da una notevole variabilità nel tempo in quanto condizionato da fattori contingenti, bensì dal reddito permanente. Esso è il flusso di reddito che ci si attende mediamente per l’avvenire, cioè nel lungo periodo, sulla base dell’esperienza, cioè del reddito goduto stabilmente nel passato: in pratica, è la media ponderata dei redditi dei periodi passati, assegnando un maggior peso ai redditi dei periodi più recenti e pesi via via minori a quelli più lontani.
Yp(t) =  Yt-2 + Yt-1 + Yt +... ,  con      ...  e    +  +  +... = 1.
Di conseguenza, se il reddito di un anno (corrente) è stato particolarmente basso rispetto alla norma, poiché il soggetto guarda al reddito permanente, egli non contrarrà i consumi, e dunque la propensione al consumo sarà molto alta (e addirittura il consumo potrà superare il reddito). Al contrario, se un anno il reddito è stato eccezionalmente alto, il soggetto non aumenterà i propri consumi, che si adeguano al reddito permanente, distribuendosi in maniera uniforme nel tempo; dunque, la propensione al consumo risulterà bassa.
Ecco spiegato perché, se si guarda al consumo delle famiglie per fasce di reddito in un dato istante, i dati statistici sembrano indicare che la percentuale di reddito consumata si riduca all’aumentare del reddito, mentre se si guarda al consumo complessivo della popolazione nel tempo, la sua incidenza sul reddito resta costante. Dunque, la propensione al consumo è stabile nel tempo, e la relazione che collega consumi e reddito nel lungo periodo è una relazione di proporzionalità, C = cYp. L’ipotesi keynesiana del ristagno secolare, determinato dalla riduzione della quota di reddito consumata e quindi dall’aumento della percentuale di reddito risparmiata, è confutata (teoricamente ed empiricamente).
Inoltre, se nel breve termine non vi è una relazione stabile fra reddito e consumo, il moltiplicatore perde efficacia. Secondo Friedman esso è molto più vicino al valore di 1 che non di 4 o 5.
Un’altra conseguenza dell’ipotesi del reddito permanente è che riduzioni di imposte giudicate dagli agenti temporanee possono non generare aumenti del consumo.
Poiché Friedman ipotizza che la moneta sia scarsamente sostituibile con le altre attività finanziarie, limitato sarà l’effetto di ib  e  ie sulla domanda di moneta. La variabile chiave nello spiegare la domanda di moneta è il reddito permanente (in termini nominali). La domanda di moneta è una frazione stabile del reddito permanente: M = k •Yp.
k è l’inverso della velocità di circolazione della moneta V, che dunque per i m. è stabile (constatazione empirica). Da cui MV = PQ, ed è riaffermata la teoria quantitativa della moneta.
Conseguenza fondamentale di tale assunto è che scompare la domanda  di moneta speculativa, con le sue oscillazioni, e dunque viene  meno  l’elemento attraverso cui si manifesta la crisi e la depressione.
Il meccanismo di trasmissione - La discussione fin qui svolta consente di esaminare il  meccanismo di  trasmissione  della politica monetaria.
Si supponga che le autorità  monetarie aumentino l’offerta di moneta. I soggetti economici si trovano nei loro portafogli quote di moneta maggiori di quanto desiderato e quindi aumentano la domanda di tutte  le  altre  attività,  reali  e  finanziarie (beni, servizi , titoli).  La riduzione del tasso  di interesse induce  un  aumento  degli  investimenti.  I prezzi dei beni sono cresciuti più dei  salari  (constatazione  empirica). Poiché il salario  reale è diminuito, le imprese aumentano la domanda di lavoro.  I lavoratori, non accorgendosi che anche il livello dei prezzi è aumentato, ma erroneamente aspettandosi il medesimo precedente livello (aspettative adattive), aumentano l’offerta di lavoro.  Dunque crescono l’occupazione e la produzione. Ma solo nel breve periodo. Appena i lavoratori correggono l’errore di percezione sui prezzi, chiederanno aumenti dei salari nominali, in modo da riportare il salario  reale al livello precedente. Questo riduce la domanda di lavoro, l’occupazione e la produzione,  riportandole  al loro livello “naturale”.
Al  termine di tale sequenza, dunque, l’unico effetto finale è un aumento  dei  prezzi, mentre  nessuna variazione si è verificata nelle quantità. Dunque, un aumento della quantità di moneta volto a espandere discrezionalmente l’economia non ha effetti reali nel lungo periodo; esso produce solo un aumento proporzionale del livello dei prezzi.
L’inflazione - L’inflazione è sempre un fenomeno monetario. Tale affermazione è innanzi tutto definitoria: se vigesse il baratto e non vi fosse un bene che funge da moneta, l’inflazione sarebbe impossibile; infatti l’aumento di un prezzo implicherebbe, per definizione, la diminuzione di un altro prezzo. Secondariamente, l’affermazione di Friedman fa riferimento alla causa dell’aumento dei prezzi: se la spesa aggregata cresce più rapidamente del reddito prodotto, ciò può avvenire solo se la quantità di moneta aumenta più rapidamente del reddito reale. Dunque l’inflazione è sempre inflazione da domanda, in quanto la domanda globale, determinata in termini nominali dall’offerta di moneta, eccede il prodotto in termini reali.
Le aspettative - In  tale  processo grande importanza hanno le aspettative. Le aspettative   utilizzate   da  Friedman  sono “adattive”:  il  valore  atteso  di  una  variabile viene via via corretto  sulla  base  della  differenza tra il valore atteso nel periodo precedente e il valore effettivamente sperimentato. Nel breve  periodo vi può essere una divergenza fra grandezze attese e grandezze effettive. È questa divergenza che consente le fluttuazioni intorno  alla posizione di equilibrio (di lungo periodo).  Nell’esempio precedente, i lavoratori aumentano l’offerta di  lavoro perché sono soggetti, temporaneamente, a “illusione  monetaria”. Essi constatano un  aumento  del salario nominale, ma non si accorgono che i prezzi sono aumentati più dei salari,  e  che  dunque  il  salario  reale è diminuito. Quando i lavoratori correggono l’errore di percezione, le grandezze reali ritornano al livello naturale.
Dunque nel breve  periodo, grazie  a  errori di previsione sui livelli futuri dei prezzi e dei salari reali, la curva di offerta aggregata  può  avere  inclinazione  positiva;  nel lungo periodo, però,  essa   è   rappresentata  da  una  retta  verticale  in corrispondenza del reddito “naturale” di piena occupazione. Espansioni dal lato della domanda (politica fiscale e monetaria) provocano solo aumenti  dei  prezzi.  I movimenti dell’economia reale (produzione, occupazione, crescita della produttività) per i m. sono determinati, nel lungo periodo, esclusivamente da fattori reali quali il  progresso  tecnico, la crescita dell’offerta di lavoro, il tasso di formazione del capitale.
Regole di politica economica - La conclusione, in termini di indicazioni  di politica economica, è che lo Stato deve astenersi dall’intervenire  nell’economia.  In particolare deve evitare la formazione di un disavanzo nel bilancio pubblico, canale di aumento della base monetaria  e dunque   elemento  di destabilizzazione e di inflazione.
Inoltre, un aumento della spesa pubblica provoca un effetto di “spiazzamento” sugli investimenti privati.
Se l’inflazione è troppo alta, possono verificarsi deviazioni del sistema  economico dalla posizione di equilibrio naturale. Infatti, per i monetaristi, i soggetti ricevono  le informazioni sul mercato  nella forma dei prezzi monetari e non, come nella teoria walrasiana,  dal  banditore. Dunque, variazioni troppo accentuate dei prezzi monetari provocano incertezza nei soggetti, errori di previsione, e quindi  un  equilibrio  finale  non  al  livello “naturale”.
Un altro fondamentale contributo è rappresentato dalla critica alle politiche di stabilizzazione di breve periodo. La tesi di Friedman è che l’insufficienza delle nostre conoscenze, l’inaffidabilità delle previsioni macroeconomiche e l’esistenza di ritardi variabili con cui le decisioni di politica economica producono le loro conseguenze fanno sì che le politiche attive finiscano con l’essere pro-cicliche anziché anti-cicliche.
Dunque per i monetaristi le regole di politica economica devono essere le seguenti.
a) Controllare rigorosamente la quantità  di  moneta in modo da preservare la stabilità dei prezzi, che è l’unico obiettivo finale. In particolare, la quantità di  moneta dovrà essere accresciuta nella stessa misura in cui crescono le quantità prodotte. Le autorità di politica economica devono programmare tassi di crescita della moneta (M2) costanti per un lungo periodo di tempo (pari al tasso di crescita annuo del pil reale previsto per il lungo periodo; Friedman suggerisce il 4%); in modo che gli operatori possano effettuare le loro previsioni e i loro progetti in base a questa informazione di stabilità, dato che le forze di mercato da sole assicurano uno sviluppo stabile nel corso del tempo. Dunque regola automatica contro politiche monetarie attive (la Fed potrebbe essere sostituita da un computer, che deve solo applicare la Regola Monetarista).
I tassi di interesse non devono essere manipolati dalla banca centrale, ma lasciati fluttuare liberamente secondo la domanda e l’offerta; l’obiettivo intermedio infatti come detto deve essere l’aggregato monetario M2, non il tasso di interesse.
La riserva bancaria non dev’essere frazionaria, ma del 100%.
b) Tutelare il pareggio nel bilancio del settore pubblico.
c) Adottare un regime di cambi esteri flessibili, in modo da determinare aggiustamenti automatici delle bilance dei pagamenti.
La politica economica non deve porsi l’obiettivo di impedire i piccoli scostamenti della domanda globale dal suo trend, ma in caso di episodi rilevanti la politica monetaria deve intervenire. La Grande Depressione diventò tale perché in seguito ad una normale recessione le autorità monetarie ridussero la quantità di moneta in circolazione, anziché aumentarla.
In conclusione, se per i classici la moneta è neutrale, Friedman invece ne riafferma l’importanza (sia in aumento sia in diminuzione), ma sottolinea che l’obiettivo ottimale per le autorità, affinché il sistema realizzi la massima efficienza, è che essa torni ad essere neutrale. L’importanza della moneta va intesa “in negativo”, nel senso che occorre impedire che divenga causa di instabilità   
La curva di Phillips aumentata delle aspettative
La curva di Phillips intende asserire un trade-off fra disoccupazione e inflazione. Per Friedman, se l’inflazione è anticipata dai soggetti del sistema economico (e quasi sempre lo è), il tasso di disoccupazione non si abbassa al di sotto del “tasso naturale di disoccupazione”. Il trade-off può verificarsi solo se l’inflazione non è anticipata, e può essere solo temporaneo. Per mantenere la disoccupazione al di sotto del tasso naturale le autorità non devono soltanto provocare inflazione, bensì inflazione via via crescente, cioè un’accelerazione del tasso di inflazione.
In Figura 1 la retta verticale indica la curva di Phillips di lungo periodo, mentre le linee identificate da AB e CD sono le curve di Phillips di breve periodo. Nel sistema (punto A) prevale il tasso di disoccupazione naturale dn; i soggetti si aspettano prezzi costanti (dP/P = 0). L’attuazione di una politica espansiva tesa a ridurre il tasso di disoccupazio¬ne fino a  d1  provoca un aumento di sa¬lari e prezzi, determinando un tasso di inflazione (dP/P)1, e collocando il sistema economico nel punto B. La comparsa di un tasso di inflazione positivo induce gli individui a rivedere le proprie attese, incorporandole nella trattativa per la determinazione dei nuovi salari; la domanda di lavoro si riduce e l’occupazione torna al livello naturale. Tale processo è rappresentato dallo spostamento da B a C. Dunque, appena i percettori di salari adeguano le loro aspettative all’inflazione effettiva, la curva di Phillips di breve periodo si sposta da AB a CD: al tasso naturale di disoccupazione ora corrisponde un’inflazione attesa pari a (dP/P)1, anziché un’inflazione nulla come avveniva nel punto A. Se i pubbli¬ci poteri decidono di ritornare al tasso di disoccupazione d1, devono sorprendere i percettori di salario inducendo un tasso di inflazione pari a (dP/P)2. Il sistema si collocherà in un primo momento in D e poi ritornerà in E; ma con un tasso di inflazione ancora maggiore, e permanente, in quanto sarà incorporato nelle aspettative dei soggetti.
Dunque, mentre per i diversi brevi periodi sono concepibili curve di Phillips inclinate negativamente, nel lungo periodo può esistere solo una pseudo-curva  di  Phillips rappresentata dalla semiretta perpendicolare all’asse delle ascisse nel punto A, corrispondente al tasso di disoccupazione naturale dn.

 


« Ultima modifica: Lun 27 Giu 2016 23:28:41* da Luigi Intorcia »


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Re:IL FLAGELLO DI UN PENSIERO DOMINANTE IL MONETARISMO 2.0
« Risposta #1 il: Lun 27 Giu 2016 17:43:00* »
Il monetarismo fiscale
Nel corso degli anni Settanta Karl Brunner e Allan Meltzer hanno elabora¬to un approccio teorico ai problemi macroeconomici che, seppur decisamen¬te monetarista, si distacca per certi aspetti dall'impostazione di Friedman . Se per quanto riguarda la descrizione del meccanismo di trasmissione degli impulsi monetari al settore reale l'approccio Brunner-Meltzer è molto vici¬no all'impostazione di Friedman, sostanziali divergenze emergono dall’esa¬me degli effetti di una manovra fiscale.
Friedman, infatti, sulla base del fenomeno dello “spiazzamento” (crowding-out) nega che la politica fiscale “pura” (che non dà luogo a variazioni dello stock di moneta) sia in grado di influenzare in modo permanente il sistema economico. Brunner e Meltzer, invece, sostengono una posizione diversa e più problematica, la politica fiscale ha effetti sia nominali sia reali sul sistema economico.
In particolare, una manovra di politica fiscale avrà dapprima un effetto di impatto sul livello dei prezzi e sulla quantità prodotta (pari al moltipli¬catore keynesiano); tuttavia l’effetto di “spiazzamento” di lungo periodo ne riduce gli effetti sul livello della produzione. In seguito diventa rile¬vante 1’“effetto finanziario” della politica fiscale, originato dal pro¬cesso di aggiustamento degli stock esistenti di base monetaria e di titoli del debito pubblico, in conseguenza del finanziamento del disavanzo pubblico. Variazioni di spese o di entrate influenzano l’attività economica agendo sullo stock di ricchezza detenuto dagli operatori, e causando una succes¬sione di effetti di sostituzione, cioè di aggiustamenti di portafoglio. Gli aggregati monetari, allora, diventano dipendenti, in larga misura, dal bilancio pubblico.
L’effetto finanziario rappresenta gran parte dell’effetto totale della politica fiscale. Per B. e M. gli impulsi monetari cosi trasmessi dal settore pubblico sono i principali responsabili delle fluttuazioni cicliche dell’economia, e quindi della instabilità del settore privato. Anche l’inflazione degli anni Settanta dipende dall’effetto finanziario delle politiche di bi¬lancio. Le prescrizioni di politica economica, allora, si basano sulla limitazione della discrezionalità del settore pubblico, rappresentata dalle seguenti regole di comportamento: spesa pubblica formulata in termini nomi¬nali anziché reali; incrementi del gettito fiscale proporzionali all’incre¬mento del livello dei prezzi; limitazioni della crescita della moneta entro una fascia prestabilita.

Metodologia
La Scuola di Chicago è positivista  sia riguardo all’etica sia nella metodologia di indagine. Per quanto concerne il primo aspetto, non esistono valori assoluti che siano indipendenti dalle preferenze soggettive di individui inevitabilmente fallaci. Circa il secondo, le leggi che descrivono il mondo sono generalizzazioni delle rilevazioni empiriche, ottenute attraverso un procedimento induttivo.
Tale metodo induttivo, o “dell’economia positiva”, è fondato sulla seguente procedura: a) formulazione di un’ipotesi provvisoria sul fenomeno osservato (esempio: la domanda è inversamente correlata con il prezzo); b) formulazione dell’ipotesi in linguaggio matematico, cioè creazione di un “modello”, in modo da poter effettuare successivamente un controllo statistico. In tale contesto ogni grandezza deve essere definita in modo da poter essere misurata; c) verifica: il ricercatore controlla il modello in base ai dati statistici disponibili. Se i dati concordano con l’ipotesi (con il modello matematico), la teoria è valida; altrimenti viene respinta.
Una teoria economica dev’essere giudicata in base alla sua capacità predittiva; non importa la correttezza delle sue assunzioni iniziali. Le assunzioni iniziali non devono essere “realistiche” sul piano descrittivo, perché non lo sono mai, bensì devono essere delle buone approssimazioni in vista dell’obiettivo da analizzare. Una teoria funziona se effettua previsioni accurate, e se ciò avviene vuol dire che le assunzioni iniziali sono valide.
La scuola monetarista dunque accetta la verifica empirica e l’indagine statistica, di cui si è servita ampiamente per controbattere le tesi sostenute dalla macroeconomia keynesiana.
Critiche - Il metodo induttivo ha subìto obiezioni di varia natura. Si è sostenuto che l’economia per molti aspetti si differenzia dalle scienze naturali, e ciò determina il venir meno della possibilità di giungere a conclusioni uniche ed incontrovertibili. Innanzi tutto non sarebbe determinabile in maniera oggettiva il grado di astrazione scientifica. Le leggi sono riferite a situazioni idealtipiche, non a situazioni concrete. Per la scelta e il grado di astrazione non esistono, però, regole certe. Di fronte alla complessità dell’evento da studiare, l’economista cerca di isolare gli aspetti che egli ritiene essenziali; ma, facendo ciò, compie un’operazione comunque arbitraria. Secondariamente, nelle scienze sociali non è possibile effettuare esperimenti, cioè riprodurre in laboratorio le condizioni ideali previste dalla legge. In particolare, è impossibile effettuare “esperimenti controllati”, e cioè esperimenti in cui ogni altro fattore, tranne l’oggetto dell’indagine, è mantenuto costante (ceteris paribus). In terzo luogo i dati statistici, soprattutto di epoche diverse, possono essere non omogenei, oppure insufficienti. Tale eventualità limita fortemente le possibilità di indagine, in quanto i criteri di riconoscibilità dei fatti economici devono essere uniformi. Ancora: poiché l’economia possiede una dimensione storica, la realtà oggetto di studio varia col trascorrere del tempo. Non solo: le realtà socio-culturali cambiano da luogo a luogo e, dunque, i risultati economici ottenuti in un ambito possono non valere in un altro. Infine, in economia, come nelle altre scienze sociali, lo studioso non è esterno al proprio oggetto di studio, e dunque la ricerca è condizionata dai suoi giudizi di valore (soprattutto nel campo normativo) .
« Ultima modifica: Lun 27 Giu 2016 18:00:26* da Luigi Intorcia »
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Re:sminkiatura parte prima UN PENSIERO DOMINANTE: IL MONETARISMO 2.0
« Risposta #2 il: Lun 27 Giu 2016 22:37:31* »
CONCLUSIONE:
il monetarismo sta alla economia, come chi prende in locazione un bene  e ne gode dei benefici  senza esserne mai proprietario e paga un prezzo ( IL MONETARISTA è UN LOCATORE DI RICCHEZZA E LOCA LA MONETA). Il monetarista sta all 'economista come colui che tenta di mantenere la spesa pubblica ( che tende sempre a limitare  appunto perchè costa in misura crescente )  non cedendo il minor costo dei beni alla comunità, intesa come cessione di ricchezza indiretta, che essendo pagata meno, ovviamente  vieta di far intascare la differenza.
Ma Egli ( verme ) aumenta  invece il prelievo fiscale, veicolato attraverso il valore attribuito al bene, che è per l'appunto il maggior costo che permette di  sostenere la spesa pubblica. Quindi sui beni, sono caricati dei costi che permettono di controllare lo stock monetario e renderlo stabile. Nel caso in cui il bene oggetto del veicolo principale, che permette il controllo dello stock monetario, dovesse non essere più tale, il monetarista deve variare il veicolo impositivo,  se intende mantenere invariata la spesa pubblica o se tenta di non farla aumentare semplicemente.......
A questi vermi, quindi importa unicamente, tenere sotto controllo il flusso della moneta, non il flusso produttivo, che per loro sono semplici conseguenze del più ampio concetto della distribuzione, ( un esempio è avere 100 imprese che producono 1000 milardi o una sola che produce lo stesso, senza chiedersi se i profitti vanno a 100 oppure ad uno solo,  ma in realtà, se facciamo un solo esempio plausibile, come ad esempio le imposte veicolate dalle energie, che sono beni insostituibili e poniamo che la collettività non usi più energie, di fatto salta tutta la parte fiscale di uno stato ??( CASO GRECIA DOCET).
Pertanto, uno stato che adotta questi criteri di politica economica  ha l'interesse esclusivo a mantenere alto il prezzo del veicolo principale tributario ( magari invade tutti i beni e li tratta come veicolo tributario comunque )  per garantire il rientro della moneta. Non interessa più allo stato mantenere stabile il reddito pro capite, punta esclusivamente ad incassare tasse su tasse,  con le quali mantiene la spesa e nel caso in cui non sia soddisfatta questa condizione, inizia ad imporre imposte crescenti sui redditi, con le quali garantisce ancora una volta la spesa. Questa volta però sottrae risorse ai consumi che di fatto sono impediti, per destinarli al sostentamento della spesa pubblica o va in deficit. ( avvitamento economico in atto )

In tutto questo ragionamento lo stato italiano ha di fatto rinunciato a tenere in proprietà l'immobile ( per semplificare il concetto e renderlo fruibile ) , vendendolo e lucrando un prezzo ( e questa è la bestemmia autentica vera e propria in quanto il valore è stato abbattuto a livelli assurdi, per favorire l'incasso e quindi sono andati in contrattazione.....[indovinate chi ha vinto la contrattazione?  Indovinate perchè scoppia tangentopoli, solo per fare buona memoria.......] ) per turare falle del debito per tentare di stabilizzarlo o per evitare di farlo aumentare, mettendo imposte sulla cessione del bene fra soggetti diversi, imposte sulla rendita, imposte sulla rendita da locazione che becca tutte solo e soltanto  lo sfigato che 'usa' quel bene.
SFIGATO che non avrà mai più nessun risparmio  economico dall'uso del bene. Se il concetto si trasferisce ai beni necessari come le energie la derivazione  del danno incredibile  all'utente finale è lapalissiana. L'utente finale viene munto come una vacca ogni volta che acquisisce la locazione dell'uso del bene la cui proprietà del medesimo non è nemmeno più quella che ha contribuito a creare prima. Es: vendita di una autostrada costruita con denaro pubblico ad un privato che fa pagare il pedaggio altissimo su cui lo stato carica altissime imposte per aumentare l'incasso 'veicolato' dal margine del nuovo proprietario ( privato ) dell'autostrada.
Lo sfigato pertanto non è collettivamente più proprietario del bene ed è costretto a far lucrare a due soggetti importi elevatissimi, molto maggiori all'effettivo che invece doveva quasi azzerarsi e quindi non gli è mai più permesso il trasferimento di ricchezza ( reddito maggiore ).

Questo è avvenuto sino al 1972 era d'oro della politica kenesyana ( diritto pubblico o interesse pubblico del'economia, ma azzerato o disintegrato dall' art 81 costituzione dopo aver privatizzato il 60 % della ricchezza nazionale ) ! Mentre successivamente le crisi petrolifere e l'inflazione ha generato la politica monetarista che è la base economica reale della comunità europea per cercare di tenere le vacche da mungere nella stalla ( ALIAS EUROPA COMUNITARIA ).

I risultati della nefandezza sono evidenti............LA BREXIT, LA GRECIA E ALTRE VITTIME ILLUSTRI CHE VERRANNO MIETUTE ANCORA  FRA POCHISSIMI ANNI, SE NON VERRANNO FERMATI PRIMA.

« Ultima modifica: Lun 27 Giu 2016 23:18:00* da Luigi Intorcia »
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Re:sminkiatura parte prima UN PENSIERO DOMINANTE: IL MONETARISMO 2.0
« Risposta #3 il: Mar 28 Giu 2016 00:27:46* »
Aveva ragione chi diceva, non mettere le mani nelle tasche degli italiani, infatti oggi, si preferisce sacrificare i cittadini, mandandoli falliti  rispetto agli imperi finanziari, che quando sbagliano,  i detentori dei suddetti imperi finanziari,  urlano come dei maiali su uno scannatoio ( scusate la metafora ), ma quando imbertano i miliardi un comune cittadino NON E' IN GRADO DI CAPIRLO MAI!!

CI SCRIVONO CHE SONO AUMENTATI DEL 2% DEL 3%...I VALORI  ( E DI CHI?) .. E QUANTO VALE QUELL'INCREMENTO?

MA QUANDO PERDONO,  I MAIALI TE LO SCRIVONO A LETTERE CUBITALI  E USANO IL CARATTERE 90, QUELLO PIU' GRANDE CHE PUÒ ESSERE USATO NEI MECCANISMI DI STAMPA DI UN QUOTIDIANO. SE AVESSERO IL CARATTERE 100  O 200 STATE TRANQUILLI, LO USEREBBERO UGUALE.

La risposta indiretta a tutto questo è per colui,  che deviato dal problema monetario cerca di inserire un cauterizzatore automatico di problemi, fatalmente però non riesce ad accorgersi che il grande silos dove vanno a finire le monete ( la ricchezza ) si sfrega le mani, perchè è riuscito il grande 'maiale' mondiale  ad imporre il suo gioco. L'arricchimento unilaterale.

La ulteriore risposta indiretta, è per il signor progressista o comunistoide, che fa la teoria del capitale? Egli è un antico credulone appunto perchè quando va a fare la sua divisione della sporca convenienza,  non dice mai a quale parte della sua ricchezza  E' FELICEMENTE CONVINTO DI RINUNCIARE  PER SODDISFARE I NON REDDITI CRESCENTI DI MILIONI DI INDIVIDUI! E TI VIENE A MARTELLARE CON LA DISTRIBUZIONE ATTRAVERSO LE IMPOSTE, QUANDO QUESTO MONDO E' FINITO PER SEMPRE.

MA INFATTI IN UN MONDO DOMINATO DALLE MACCHINE DOVE M.I.N.K.I.A. STA QUESTO CETO OPERAIO PIÙ'? SPARIAMO AD UN COMPUTER DOMANI, O AD UN ROBOT? E PORCO DI UN CANE LA TECNOLOGIA, NON E' IMPERANTE ANCHE NELLE ECONOMIE PIANIFICATE? QUALCUNO DEI PROGRESSISTI, COME CAVOLO SE LO SPIEGA QUESTO FENOMENO?

LE TASSE LE FACCIAMO PAGARE AL ROBOT? A CHI LI USA? OK, PAGA LE TASSE E SE LE PAGA E COMUNQUE IL CITTADINO NON MANGIA? COSA SI INVENTA IL PROGRESSISTA DOMANI LA LOTTA DI CLASSE ALLE MACCHINE?
MI DISPIACE SE QUALCUNO SI OFFENDE O SI OFFENDERÀ' MA QUESTA IPOCRISIA DEVE FINIRE E I SOGNI ANCHE E SCENDERE DAI PIEDISTALLI IDEOLOGICI, ALLA SVELTA PERCHÉ AD UN MONDO CHE SPECULA SOLO SUI SOLDI DELLE IDEOLOGIE NON GLI FREGHERÀ MAI PIU' NULLA E LE SMINKIATURE CONTINUERANNO INCESSANTI ANCHE  PER DISSIPARE  IL CONCETTO PROGRESSISTA RANDELLANDO A MISURA!
GRAZIE

« Ultima modifica: Mar 28 Giu 2016 00:43:40* da Luigi Intorcia »
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Luigi Intorcia