Autore Topic: QUALCHE EROE LIBERALE ESISTE  (Letto 1310 volte)

Offline Luigi Intorcia

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QUALCHE EROE LIBERALE ESISTE
« il: Sab 25 Feb 2017 13:02:24* »
SOLERI, UN LIBERALE AUTENTICO

 

Marcello Soleri è stato uno dei grandi liberali della nostra storia.

Soleri, grande liberale, quando ancora i liberali servivano lo Stato per dovere e con passione.


Voleva far arrestare Mussolini dall’esercito, ma il Re
glielo impedì. Però, con Einaudi, riuscì a salvare la lira.

Marcello Soleri (foto giovanile 1920-21)Nato a Cuneo il 28 maggio 1882, avvocato, sindaco di Cuneo nel 1912-13, Marcello Soleri fu deputato dal 1913 al 1928. Volontario nella Grande Guerra, ferito e decorato di medaglia d’argento al Valor Militare, nominato sul campo capitano degli Alpini per meriti di guerra, fu tra i pochi deputati a partire per il fronte, pur essendo contrario all’ingresso dell’Italia in guerra, in quanto seguace di Giolitti. Nell'immediato dopoguerra sottosegretario alla Marina, commissario agli approvvigionamenti nel 1920-1921, ministro delle Finanze nel 1921-22 e ministro della Guerra nel 1922 durante i giorni della “marcia su Roma”. Oppositore nettissimo del fascismo (aveva predisposto un decreto per proclamare lo stato d’assedio della Capitale e fermare manu militari la presa del potere da parte di Mussolini, che il re Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare), combatté nelle aule parlamentari il nascente regime, rifiutando l’Aventino che finì di spianare la strada a Mussolini, malgrado il delitto Matteotti avesse sfregiato la sua figura politica e morale.

Decaduto da deputato nel 1928, tornò alla professione forense per vent’anni, mantenendo i contatti con l’antifascismo, in particolare con quello liberale, a partire dalla lunga frequentazione con Benedetto Croce che prediligeva il Piemonte per le sue vacanze. A Pollone, dove il filosofo trascorreva l’estate, Soleri era uno degli ospiti fissi, come dimostrano anche le fotografie un po’ narcisiste scattate da Franco Antonicelli che, pur giovane, voleva apparire nel gruppo raccolto attorno a Croce. Nel 1943, in un drammatico colloquio con il re Vittorio Emanuele III, cercò di sollecitare il Sovrano a un’iniziativa politica che salvasse l’Italia dalla tragedia della guerra perduta e da un regime ormai in sfacelo. Subito dopo il 25 luglio di quello stesso anno si pose al servizio del Paese, anche se dovette attendere la liberazione di Roma nel giugno del 1944 per entrare nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi nel delicatissimo dicastero del Tesoro che mantenne fino alla sua morte immatura, avvenuta il 23 luglio 1945, quando la sua politica stava salvando la lira, uscita distrutta dalla guerra, dai lunghi mesi della Rsi, sostenuta dai tedeschi, e dalla stessa occupazione-liberazione delle truppe Alleate. Morì a 62 anni, quando aveva appena ripreso un’attività politica di grande rilievo dopo la parentesi ventennale del regime fascista con cui non venne a nessun compromesso. La morte precoce stroncò una seconda volta la sua carriera politica in modo irrimediabile.

Si parlava negli anni ’44-45 della classe dirigente prefascista, delle sue responsabilità, dei suoi errori e delle sue debolezze nei confronti del fascismo e si ritenne da parte di molti di privilegiare gli esponenti dell’antifascismo, dell’esilio o della clandestinità, archiviando gli uomini che avevano governato in precedenza. Lo stesso Soleri si sentiva «il più giovane tra i vecchi e il più vecchio tra i giovani» in quanto la sua figura politica non poteva essere accomunata sic et simpliciter con il prefascismo, anche se la sua iniziale carriera politica avvenne all’ombra di Giovanni Giolitti di cui Soleri divenne il braccio destro, trascinando lo stesso vecchio statista a non cadere nella trappola dell’Aventino, ma a combattere l’ultima battaglia contro il fascismo ormai regime nell’aula di Montecitorio.

Oltre alla morte - proprio in un momento in cui avrebbe potuto dare un grande contributo alla ricostruzione del Paese - uno dei motivi per cui la sua figura è stata in qualche modo non adeguatamente considerata da parte della storiografia anche di orientamento liberale, è stato il fatto di essere accomunata in modo improvvido e storicamente sbagliato a Giolitti in quello che, non senza ragioni, venne definito il «giolittismo»: una pagina importante della storia italiana del Novecento, ma sicuramente non priva di errori e di disinvolture assai poco democratiche, come dimostrò Gaetano Salvemini che giunse a definire “ministro della malavita” l’uomo di Dronero. Un clamoroso errore si può cogliere, ad esempio, in uno dei maggiori storici che si sia dedicato al liberalismo, Antonio Cardini, quando giunge a scrivere di «destra di Bonomi e Soleri», ignorando a un tempo le origini socialiste del primo e l’impegno sociale e liberaldemocratico del secondo, aperto naturaliter a un rapporto con i socialisti riformisti. Nessuno ha invece rimarcato come Soleri si sia rivelato costantemente estraneo a quella spregiudicatezza ed anche a quel pragmatismo che dominarono l’età giolittiana fustigata forse troppo severamente dal giovane Gobetti non senza fondamento.

Questa è la vera chiave di lettura che, a  meno di 72 anni dalla morte, va adottata: Soleri va distinto dal giolittisimo originario. Il tentativo di occultarlo, considerandolo un giolittiano, è un grossolano errore storiografico, oltre che un tentativo goffo di sminuirne la statura politica. Soleri rivelò sempre una dirittura morale assoluta e coltivò una cultura di cui è manifestazione, ad esempio, la sua attività di giornalista a cui venne offerta, in un momento drammatico dell’Italia nel luglio 1943, la direzione del quotidiano La Stampa che rifiutò a favore di Filippo Burzio. Dopo l’8 settembre parlò al popolo torinese e agli operai davanti alla Cittadella, invitando alla resistenza contro i tedeschi. Dopo la caduta di Mussolini il vero leader del liberalismo italiano divenne naturaliter Marcello Soleri perché nessuno come lui aveva l’autorevolezza politica e la coerenza morale di vent’anni di opposizione al regime. Croce era ormai troppo anziano e Luigi Einaudi era conosciuto come tecnico dell’economia e non come uomo politico. In condizioni di tenere in mano il testimone del liberalismo politico italiano c’era solo Marcello Soleri. Va detto che molti liberali finirono per compromettersi con il regime fascista soprattutto negli anni che Renzo De Felice definì del «consenso». Soleri ebbe la dignità di tornare a fare l’avvocato – professione che aveva sospeso quand'era al governo, anche in questo caso dimostrando uno stile di vita ineccepibile – senza con ciò estraniarsi e chiudersi in un silenzio che avrebbe potuto significare tacito consenso al regime imperante.

Dopo il crollo del regime fascista, fu insieme a Croce tra gli autorevoli fondatori del nuovo partito liberale, anche se la sua presenza non è stata storicamente riconosciuta. L’oblìo nei confronti dello statista di Cuneo, più o meno inconsapevole, durò nel corso degli anni perché lo stesso partito liberale, se escludiamo qualche commemorazione di rito, quasi esclusivamente in Piemonte, non seppe (o non volle) appropriarsi dell’insegnamento politico e morale del Nostro. Un leader del partito liberale degli anni ’80 del secolo scorso, scrisse un bel «ritratto di famiglia del Piemonte liberale», limitandosi a Cavour, Giolitti ed Einaudi, trascurando Soleri, cui sarebbe spettato invece un posto di primissimo piano. Tutta la storia di Soleri e della sua stessa famiglia (il padre fu coraggiosamente socialista deamicisiano in momenti nei quali anche solo dichiararsi tali poteva costare il carcere) rivela un’attenzione al problema sociale e alla tutela del lavoro che resta una costante dell’opera di statista, senza mai guardare a Gobetti che nelle Memorie non viene mai citato. Nel contempo Soleri – osservò Manlio Brosio – «aveva il senso vivo della continuità necessaria all’idea liberale; […] si considerava volentieri come una figura che avesse legami col passato e con l’avvenire, e ne rappresentasse il collegamento». Continua ancora Brosio: «Egli ben sapeva che il liberalismo è tradizione storica ed è continuo rinnovamento, e che un partito che non si riallacciasse alle tradizioni del Risorgimento e del primo Novecento, e non cercasse di riallacciare i fili della continuità storica dopo il Ventennio 8192040, non avrebbe avuto ragione autonoma di esistere». Ancora Brosio evidenzia «lo spirito profondamente democratico (di Soleri)» che «sentiva i principii liberali, ma li arricchiva continuamente di contenuto economico e di esigenze sociali».

Soleri muore prima che il nuovo Partito liberale, già drammaticamente frammentato in correnti, si riveli una delusione che avrà la prima, nefasta ricaduta sul numero di liberali eletti all’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946. Il nuovo Partito liberale, se si eccettua una discreta presenza in Piemonte (pensiamo alle figure di Bruno Villabruna, del più giovane Brosio e dell’allora liberale Franco Antonicelli, presidente del CLN piemontese, destinato a scelte molto lontane da quelle originarie, di Vittorio Badini Confalonieri e di Gaetano Zini Lamberti), si radicò soprattutto nel Sud e divenne una costellazione di vecchie clientele che impedirono di fatto la creazione di un partito idoneo ad affrontare il dopoguerra. La guida morale del partito da parte di Benedetto Croce, malgrado l’altissimo prestigio dell’uomo, non fu sufficiente a creare una classe dirigente liberale idonea: pensiamo che i più stretti collaboratori di Croce, da Guido de Ruggiero ad Adolfo Omodeo e persino alcuni dei suoi strettissimi famigliari, presero la tessera del Partito d’azione, anziché quella del partito presieduto dal filosofo. Chi avrebbe potuto esercitare il ruolo di autentico leader liberale sarebbe stato unicamente Soleri, se la sorte glielo avesse consentito. Luigi Einaudi, già senatore del Regno, divenuto governatore della Banca d’Italia con Soleri ministro del Tesoro, per la sua figura di studioso e di tecnico, più che di politico, poteva contribuire alla diffusione dell’idea liberale con i suoi scritti, ma certamente mancava del carisma politico necessario per guidare un partito che navigava nelle acque difficili del dopo-guerra nelle quali emergevano, con la pretesa di essere egemoni, i partiti di ispirazione marxista e di ispirazione cattolica.

Il F..s.c.i.s.m.o. prima e la Resistenza poi avevano creato una cesura tra passato e presente che poteva apparire incolmabile, se è vero che Ferruccio Parri mise in dubbio, nel suo giacobinismo azionista piuttosto esasperato, persino l’esistenza della democrazia nell’età giolittiana che pure portò nel 1912 al suffragio universale maschile: una conquista illusoriamente realizzata forse per ampliare il consenso giolittiano con i modi sbrigativi dei famosi mazzieri più che per ampliare la base dello Stato elitario del Risorgimento. Il liberalismo appariva in parte compromesso con il fascismo, in parte legato a uomini che avevano fatto il loro tempo come Vittorio Emanuele Orlando ed in parte espresso da trenta-quarantenni, nessuno dei quali riuscì a compiere una carriera politica di rilievo nell’età repubblicana. Benedetto Croce scrisse nel 1948 al biellese Anton Dante Coda di questi quarantenni romani in modo molto severo: «In quel gruppetto romano c’è molto spirito di prepotenza, e di vanità personale e scarsa devozione al bene pubblico che richiede disciplina a sacrificio. Forse anche nessuno di essi ha senso politico né vigore di mente. Sono od ostinati o dilettanti…». Una volta lessi queste frasi ad Alda Croce a cui sono stato legato da forte amicizia ed Alda mi disse che Croce, parlando di «devozione al bene pubblico» spesso aveva in mente Soleri. È significativo che il Partito liberale, dopo segreterie fragili o fortemente oggetto di divisioni come quella di Roberto Lucifero, sia dovuto ricorrere ad un «esterno» come Giovanni Malagodi per ritrovare una relativa stabilità, anche se la sua segreteria portò ad una scissione interna come quella de Il Mondo.

L’eredità di Soleri, il quale dedicò l’ultimo anno di vita esclusivamente allo Stato, anzi direi alla Patria nel senso più alto dell’espressione, secondo l’esempio risorgimentale di Cavour, fu raccolta da Luigi Einaudi che continuò in modo eccezionale il lavoro impostato dallo statista con cui aveva collaborato e di cui era conterraneo. Giuseppe Fassino, senatore liberale per molte legislature in rappresentanza della Provincia di Cuneo, ha sostenuto, forse non senza qualche ragione, che Soleri rappresentò anche un elemento di congiunzione tra Croce ed Einaudi divisi dalla nota polemica su liberalismo e liberismo economico. Scrive Luigi Einaudi nella prima prefazione alle Memorie di Soleri: «Erano, quelli del 1945, giorni paurosi per il tesoro italiano: con le entrate quasi nulle e le spese formidabili e crescenti ed incalzanti. Il lancio del primo prestito postbellico fu seguito grazie alla sua parola precisa (di Soleri, N.d.A.) resa avvincente da un fervido pathos patriottico, da un successo insperato. Chi lo udì invocare, bianco in volto e quasi morente, ma con la calda appassionata voce di sempre, il concorso di tutti per la salvezza del paese, ebbe netta la sensazione che quel discorso fosse l’ultimo messaggio agli italiani di un uomo probo, ansioso soltanto di servire la patria sino all’ultimo respiro». Per altri versi, Einaudi mise in evidenza il tono avvincente delle Memorie per la semplicità del dettato e per i frequenti riferimenti di bonarie ironiche osservazioni di uomini politici su se stessi e sui colleghi».

Nella storia ci sono dei cicli storici che si chiudono e altri che si aprono in modo inesorabile ed ogni guerra spesso determina degli sconvolgimenti capaci di modificare il suo corso. Forse il liberalismo italiano aveva il suo ciclo con l’età giolittiana: la guerra mondiale, prima ancora che il sistema proporzionale adottato nel 1919 e il fascismo, ne aveva determinato se non la fine, certo la profonda crisi. Per altri versi, storicamente, il liberalismo italiano era dilaniato da un’anima fortemente conservatrice (Salandra) ed una democratico- progressiva (Giolitti) che spesso contribuirono a determinare scossoni alla storia d’Italia rivelatisi sovente infelici. Ciò detto, va ribadito che l’unico uomo politico che avrebbe potuto ridare smalto al liberalismo italiano sarebbe stato il piemontese Soleri ma la classe dirigente liberale - che si è succeduta nei decenni fino alla liquidazione del Partito Liberale - si è rivelata sovente incapace di seguirne l’esempio, pur in una temperie politico-culturale profondamente cambiata. Va infine detto che Soleri rappresenta l’orgoglio del vecchio Piemonte, come afferma Luigi Einaudi nella citata prefazione, che affonda le sue radici nel Risorgimento. A suo modo, Soleri è stato uomo del Risorgimento ottocentesco anche come protagonista del nuovo Risorgimento dello Stato italiano dalle macerie fumanti di una guerra perduta.

I liberali piemontesi e successivamente i finti liberal-liberisti che hanno dilapidato la tradizione liberale confondendola con il berlusconismo e il clientelismo, hanno almeno avuto il pudore di non richiamare il nome di Soleri che, per contrasto, avrebbe rivelato tutta la loro pochezza intellettuale e politica. Hanno rivelato di non avere radici o, al massimo, hanno fatto riferimento a Giolitti. La figura di Soleri come servitore dello Stato va comunque decisamente oltre l’ambito dello stesso liberalismo perché egli seppe dedicarsi con passione all’interesse del Paese. L’ultimo suo discorso del 15 luglio 1945, a Milano, neppure dieci giorni prima di morire, si chiuse con «Viva l’Italia!». Era febbricitante, ma doveva lanciare il prestito che avrebbe salvato la lira e non esitò ad affrontare la prova con uno spirito di servizio davvero eccezionale.

Nel 1945 il patriottismo era una parola fuori posto perché logorata e consunta dalla retorica 8192040, che aveva portato a morire nelle steppe russe e nei deserti africani la migliore gioventù italiana. In quei momenti si gridava solo a favore della propria parte politica in un clima arroventato in cui gli interessi dei partiti, annullati da vent’anni di dittatura, trovavano libero e non sempre positivo sfogo. Soleri poté invece chiudere il proprio discorso con un grido patriottico, lasciandoci come sua estrema eredità l’idea di sentirsi innanzitutto italiani, al di là e al disopra delle parti. Per poter ricostruire il Paese distrutto dalla guerra. Resta questo il suo più grande insegnamento che fa di lui non tanto un politico, ma uno statista degno di entrare nella migliore storia di questo Paese. L’Italia che continua a prediligere la faziosità, difficilmente può intendere la sua voce lontana. Come mi disse una volta lo storico socialista del Risorgimento Aldo Garosci, Soleri “è la voce di un’altra Italia, è l’espressione di un altro Piemonte che avuto esempi simili solo nell’800 risorgimentale”. Ci sarà chi vorrà ricordarlo? A partire da Cuneo e dai suoi alpini, di cui fu presidente nazionale?

FONTE
http://salon-voltaire.blogspot.it/2015/03/soleri-grande-liberale-quando-ancora-i.html
« Ultima modifica: Sab 25 Feb 2017 13:32:18* da dimadministrator2 »


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Luigi Intorcia