Autore Topic: le unioni giuste ( la Grecia che non ti aspetti )  (Letto 1378 volte)

Offline Luigi Intorcia

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le unioni giuste ( la Grecia che non ti aspetti )
« il: Gio 30 Mar 2017 00:36:10* »
Due anni inserivo a questo indirizzo

http://www.democraziainmovimento.org/forum/index.php?topic=1529.msg16764#msg16764
 il perchè della crisi.

Dopo due anni è venuto il momento di verificare i risultati della crisi.
Il titolo descrive le unioni giuste da quella sbagliate ( la Grecia che non ti aspetti ), per un semplice motivo.

Nel mondo esistono altre situazioni esattamente uguali a quella della Grecia. Quella più tremenda per la devastazione che ha portato, è la caduta dell'impero delle auto.

D E T R O I T 
Detroit (IPA: /dɪˈtʰɹɔɪt/) è una città degli Stati Uniti d'America, capoluogo della contea di Wayne, principale centro dello Stato del Michigan.
 DA WIKI = https://it.wikipedia.org/wiki/Detroit

Fondata nel 1701 da cacciatori di pellicce francesi, è oggi più nota come capitale dell'industria automobilistica statunitense. Nella bandiera di Detroit compaiono i gigli di Francia e i leoni d'Inghilterra, a simboleggiare il ruolo svolto dalle due potenze nella storia della città situata al confine fra il Canada francese e i territori colonizzati dai britannici.

Situata lungo il fiume Detroit, di fronte alla città canadese di Windsor, si trova nella regione dei grandi laghi americani, al centro di una vasta zona industriale.
Detroit è la diciottesima città degli Stati Uniti con una popolazione di 701.475 abitanti (4,3 milioni nell'area metropolitana) secondo i dati del U.S. Census Bureau del 2012: si tratta di meno della metà della popolazione che la città aveva al suo apice negli anni cinquanta. L'amministrazione cittadina ha subito, nel 2013, una bancarotta, la più grande nella storia delle città statunitensi, ma a dicembre 2014 è uscita dall'amministrazione controllata. Il centro cittadino sta vivendo un rilancio: malgrado i tagli ai servizi pubblici e finanziari, si è costruita la sede della Compuware, sono stati aperti tre casinò, si è rinnovato il complesso Renaissance Center, sede mondiale della General Motors.
el 1904 venne prodotto il Model T. L'industria di Ford (e di tutti i pionieri del settore come i fratelli Dodge e Walter Chrysler) rafforzò la posizione di Detroit come capitale mondiale dell'automobile. L'industria spronò la spettacolare crescita della città nella prima metà del XX secolo, attirando numerosi nuovi abitanti, in particolare lavoratori dagli Stati del sud. Rapporti razziali tesi furono evidenti durante il processo al Dr. Ossean Sweet, un medico nero di Detroit assolto dall'accusa di omicidio dopo aver sparato in mezzo ad una folla che lo assaliva durante il suo spostamento dalla parte "nera" della città a quella "bianca". Con l'introduzione del proibizionismo, il fiume divenne il principale canale per l'importazione di alcolici canadesi.

Con l'industria arrivarono le tensioni, raggiungendo il culmine negli anni trenta quando la United Auto Workers rimase coinvolta in aspri contenziosi con gli operai dell'industria automobilistica di Detroit. L'attivismo della classe operaia di quegli anni portò alla notorietà alcuni leader di casa, come Jimmy Hoffa e Walter Reuther. Gli anni quaranta videro la costruzione della prima autostrada urbana al mondo, la Davison, e la forte crescita industriale, che portarono a Detroit il soprannome di "Arsenale di democrazia". La città fu sottoposta a dura prova durante la seconda guerra mondiale, quando decine di migliaia di lavoratori si trasferirono a Detroit per lavorare nelle industrie belliche. Molti di questi immigrati furono sia bianchi che neri provenienti dagli Stati del Sud. Trovare casa diventò quasi impossibile.

La "12th Street Riot" nel 1967 accelerò l'allontanamento dei bianchi dalla città. La percentuale di residenti neri crebbe rapidamente e, non solo i bianchi continuarono a lasciare la città, ma l'immigrazione dei neri dal sud continuò. Dal momento in cui i negozianti e i piccoli proprietari emigrarono per le continue ribellioni, gli introiti provenienti dalle tasse subirono un rapido declino. Nell'arco di dieci anni molti edifici nella zona sud-est vennero abbandonati e molti di questi rimasero per anni in stato di degrado. Nel 1973 venne eletto il primo sindaco nero, Coleman Young. Lo stile di Young durante i suoi cinque mandati (1974-1994) di carica non fu ben accolto da molti bianchi.

La crisi petrolifera dal 1973 al 1979 scosse l'industria automobilistica degli Stati Uniti, mentre le utilitarie di produzione straniera fecero il loro ingresso sulle strade tradizionalmente dominate dalle case automobilistiche americane. "Rinascimento" fu una parola spesso utilizzata dai leader politici della città dalla 12th Street Riot, rafforzata dalla costruzione del Renaissance Center alla fine degli anni settanta. Nel 1980 si tenne a Detroit la Convenzione Nazionale Repubblicana che promosse Ronald Reagan per la campagna presidenziale.

Il 18 luglio 2013, la città ha dichiarato fallimento, a causa dell'impossibilità di pagare debiti stimati tra i 18 e i 20 miliardi di dollari.[3] Nonostante fosse stata ventilata la possibilità di ottenere fondi vendendo, tra l'altro, opere del rinomato museo cittadino, il Detroit Institute of Arts, un giudice ha espressamente escluso dalla liquidazione tutte quelle istituzioni no-profit compreso il museo, che anzi diventerà indipendente dall'amministrazione locale[4]. Il 7 novembre 2014 un tribunale fallimentare ha approvato il piano proposto dalle autorità municipali per cancellare 7 dei 18 miliardi di debito, avviando tagli del 4,5% sulle pensioni di 12.000 dipendenti pubblici e lo stanziamento di 1,7 miliardi di dollari da investire in servizi. Il 10 dicembre 2014 Detroit è uscita dal regime di amministrazione controllata


Storia demografica di Detroit
Anno      1820   1860   1900   1920   1940   1950   1960   1980          2000                  2010                   2012
Popolazione   
                1.422   45.619   285.704   993.678   1.623.452   1.849.568   1.670.144   1.203.368   951.270   713.777   701.475

Detroit città fantasma: come scompare una città per la crisi economica
Nell’arco di pochi anni le vie con le classiche villette americane sono diventate strade disabitate

Se c’è una città simbolo della crisi economica, quella città è Detroit. Identificata per anni con la General Motors, il declino della città è andato di pari passo con quello dell’azienda automobilistica.
Nel corso degli ultimi anni, la città americana ha visto calare il numero dei propri abitanti, molti dei quali si sono trasferiti dopo aver perso il lavoro: nel primo decennio del XXI secolo Detroit ha perso oltre 200mila abitanti e questo crollo si è ripercosso pesantemente sull’aspetto della città.
Per documentare questi cambiamenti, il tumblr GooBingDetroit ha raccolto immagini della città presi dalle mappe di Google e Bing: lo stesso punto della città viene “fotografato” a distanza di anni e il confronto è impietoso. Case che vanno in rovina fino a sparire, la sensazione di essere di fronte a una città fantasma




























Detroit è fallita e ora le case si vendono a 300 euro
Il disastro economico americano


Sembrano affari. Case a un quarto d’ora di macchina dal centro di Detroit in vendita a 300 euro. Sì, 300 euro. Case di 120-140 metri quadri con tre camere da letto, due bagni, cucina e salone. E ce ne sono pure da 100 euro, persino da 50 euro. Te le tirano dietro.
Basta fare una passeggiata virtuale su siti di agenzie immobiliari come Realtor.comper trovare diverse di queste villette nei sobborghi a Nord-Ovest di Detroit svendute a prezzi di liquidazione totale. Ma la domanda che s’impone è semplice: qual è la fregatura? L’inghippo c’è, ed è triplice.
Primo, bisogna considerare i quartieri in cui si trovano queste abitazioni super low-cost. Si tratta di aree punteggiate di case abbandonate dove non circola alcun vicino sorridente e pronto a prestarti lo zucchero o la tagliaerba. Al massimo si può incontrare qualche loquace spacciatore di crack. «Case a prezzi assurdi», ha commentato un anonimo lettore su uno di questi siti di saldi immobiliari, «mi domando se il pacchetto comprenda anche le munizioni che ti servono per evitare di essere impallinato in giardino». E un altro ha rincarato la dose: «Lì quando vai a letto devi indossare una armatura>>

Mettiamo che il nostro potenziale acquirente sia un ex marine molto coraggioso, che sa come farsi rispettare e non si scoraggia per la presenza di vicini poco socievoli. Bene, dovrà considerare un secondo problema: la criminalità fa sì che queste case all’interno siano completamente da rifare. Diverse squadre di ladruncoli hanno via via lasciato l’appartamento vuoto. Qualsiasi cosa avesse un minimo valore, dai lampadari ai lavabi dalla moquette agli infissi è stata portata via. Per poterle abitare, queste case, occorre rimetterle a nuovo. Da cima a fondo. «Tutto quello che è trasportabile all’esterno è a rischio», ha spiegato Jeremy Brown, un agente immobiliare di Detroit. «Mentre stai facendo i lavori ti conviene pagare qualcuno che dorma in casa e faccia la guardia. E appena la villetta è sistemata bisogna fare il trasloco alla svelta. Questi non sono quartieri facili, la gente si arrangia come può, cerca di sopravvivere».
Tutto vero. Ammettiamo, però, che nonostante i vicini poco rassicuranti e nonostante la casa sia da rifare completamente, l’idea di un immobile da comprare a 300 euro sia comunque allettante. A questo punto il potenziale impavido acquirente deve considerare un terzo fattore: queste sono case pignorate e abbandonate da anni, per cui chi subentra deve accollarsi le tasse di proprietà anche degli anni precedenti in cui non sono state versate. Solo nel 2011, l’ultimo anno per il quale si dispone di dati, la contea di Wayne di cui Detroit fa parte, si è ritrovata un buco di 170 milioni di dollari per tasse immobiliari non pagate. Tornando al nostro ipotetico acquirente, i grattacapi non sono ancora finiti. Naturalmente deve anche sborsare la commissione all’agenzia immobiliare. E appena firma il contratto la casa viene automaticamente rivalutata, il che si traduce in un aumento delle tasse di proprietà.
A dispetto di tutti questi elementi che fanno pensare che queste case a 300 euro non siano per nulla un affare, ma più probabilmente una rogna, qualcuno può continuare a ritenere che siano un investimento. Specie se, come sperano questi inguaribili ottimisti, in futuro la zona verrà riqualificata.
«Campa cavallo», spiega Jada Hill, che di recente ha comprato con il marito una casa in una zona migliore a 80mila dollari (60mila euro). «In aree così malconce a meno che un mucchio di gente non arrivi tutta allo stesso tempo non si riqualifica un bel nulla. Ciò che deve scolpirsi in testa la gente è che le case non sono delle scommesse, sono dei posti in cui vivere. Finché la gente le compra per rivenderle e non pensa neanche lontanamente di metterci piede come diavolo si fa a rivitalizzare il quartiere?».
Dibattiti e polemiche di una città ufficialmente fallita qualche giorno fa e in forte crisi da decenni, strozzata da un debito che oggi sfiora i 19 miliardi di dollari, dove gli edifici abbandonati sono ben 78mila e dove gli immobili in svendita a prezzi da fine mercato sono migliaia. Si pensi che l’anno scorso all’annuale asta delle case pignorate della contea di Wayne ne sono state sbolognate 12mila, alcune delle quali al prezzo di partenza di 500 dollari (377 euro).
Di fronte a questi dati la domanda è sempre la stessa: come ha potuto Detroit arrivare a questo punto? Come ha spiegato a Linkiesta Thomas Sugrue, professore di Storia e Sociologia all’università della Pennsylvania autore di libri e saggi sul declino della Motor City, si è trattato di un mix di razzismo e cattiva gestione finanziaria.
«A cominciare dagli anni Cinquanta – dice Sugrue – i bianchi si sono trasferitinell’hinterland, e con loro si sono spostati anche i loro soldi. Le tensioni razziali latenti sono scoppiate sul finire degli anni ‘60, in particolare nel 1967, durante cinque giorni di scontri in cui persero la vita 43 persone: 33 neri e dieci bianchi. Dopo quei fatti la città si svuotò. Così Detroit città ha perso gran parte dei proventi delle tasse. Senza soldi in cassa è difficile ristrutturare scuole, strade, ponti».
Secondo Sugrue l’altro aspetto da considerare è che a partire dagli anni ‘80 il governo federale ha tagliato molto i fondi alle città. Le spese per le metropoli sono passate dal 12 al 3 per cento. «Per cui – continua Sugrue – città come Detroit, che già dovevano far fronte alla diminuzione delle entrate delle tasse perché la popolazione diminuiva si sono trovate in gravissima difficoltà. E invece di prendere decisioni dolorose per snellire il numero dei loro dipendenti hanno continuato a operare come se nulla fosse, sulla base del tornaconto elettorale di breve termine».
Una delle istantanee di questo disastro, a cui ha anche contribuito la grande recessione del 2008, sono queste case fantasma in vendita online a 300 euro o poco più. Sembrano affari, ma il rischio del classico bidone è reale.



http://www.linkiesta.it/it/article/2013/07/27/detroit-e-fallita-e-ora-le-case-si-vendono-a-300-euro/15426/

Già leggendo il necrologio di Henry Ford II – nipote di Henry, uno dei padri del capitalismo americano, morto di polmonite a 70 anni il 29 settembre 1987 – si scopre un uomo che aveva passato  la parte finale della vita a cercare di ricostruire la sua città in declino: dall’inizio degli anni Settanta aveva provato a rianimare l’economia locale, arrivando a realizzare sulle rive del Detroit River un mastodontico complesso di sette grattacieli inaugurato nel 1977, a cui aveva dato il nome di Renaissance Center.

Da allora sono passati circa quarant’anni, e la ripresa di Detroit è stata annunciata decine di volte. Eppure, nonostante i profeti della rinascita, le abitazioni hanno continuato a svuotarsi. In mezzo secolo la città ha visto fuggire due terzi della sua popolazione – quelli che potevano permettersi un trasferimento nei bianchi sobborghi benestanti – e nei quartieri derelitti sono rimasti quasi esclusivamente i disperati, per lo più afroamericani. Oggi la città trabocca di case in rovina prossime al crollo e di lotti abbandonati, ha infrastrutture scadenti e un sistema scolastico inadeguato, oltre a un altissimo tasso di criminalità.
Nonostante abbia sempre deluso le aspettative e sia arrivata due anni fa a dichiarare bancarotta, Detroit sta provando ancora a superare la sua reputazione decadente. Ricominciare non è facile, ma in città si respira la voglia di lasciarsi conquistare dall’epica tutta americana del derelitto che, dopo essere caduto, rinasce. Il centro, che a lungo aveva ricordato la desolazione delle immese praterie del Midwest, si sta rianimando, l’economia vede uno spiraglio appoggiandosi soprattutto sulle startup tecnologiche che attraggono giovani e sulle piccole imprese, nelle case si riaccendono le luci, grazie anche alla comunità creativa che a Detroit ha trovato un luogo economico dove poter vivere e lavorare.
« Ultima modifica: Gio 30 Mar 2017 13:01:18* da Luigi Intorcia »


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Luigi Intorcia

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Re:le unioni giuste ( la Grecia che non ti aspetti )
« Risposta #1 il: Gio 30 Mar 2017 11:31:02* »
«La Motown sta tornando in pista?», si chiedeva ancora una volta, all’inizio di giugno, un editoriale del New York Times. «In questi giorni – scriveva Joe Nocera, giornalista finanziario del quotidiano newyorkese – passando del tempo in città si resta colpiti dal fervore dell’attività imprenditoriale». Nel suo articolo, Nocera racconta l’ennesima possibile rinascita della città dell’auto attraverso la storia di Tom Kartsotis, il ricco cofondatore di Fossil che vive a Dallas e che con la città del Michigan non ha nessun legame, ma che, quando all’inizio del 2011 decise di fondare una piccola azienda che realizzasse costosi orologi di alta qualità prodotti in America, scelse Detroit come sede: una città, scrive Nocera, «che una volta era rinomata per la qualità della sua manifattura, ma che negli ultimi tempi ha bisogno di tutto l’aiuto possibile».

Proprio negli anni in cui il lucido da scarpe Shinola raggiungeva l’apice della popolarità diventando un riferimento culturale americano, la città di Detroit toccava il punto più alto della propria storia. Da quando il vecchio Henry Ford aveva fondato l’omonima casa automobilistica nel 1903, la città del Michigan si era in pochi anni trasformata nella capitale dell’industria dell’auto. Al Chicago Auto Show del 1900 era presente solamente una vettura prodotta a Detroit – la Oldsmobile ideata dal pionere Ransom Olds –, mentre nel resto del Midwest fiorivano piccole aziende che provavano a disegnare un futuro senza carrozze né cavalli. Nel ventennio successivo, invece, l’industria si concentrò in Michigan, e in particolare a Detroit, dove furono avviate 125 aziende automobilistiche, fra cui i tre colossi – Ford, General Motors e Chrysler, l’azienda salvata da Fiat, con la quale si è fusa nel 2014 dando vita a Fca – che contribuirono a rendere Detroit la Motown, la città dell’auto.
L’eccitazione dei ruggenti anni Venti affogò però nella crisi del 1929, con la Grande Depressione che per prima intaccò la produzione e colpì gli operai: il salario annuale passò dai 1.600 dollari del 1929 ai 1.000 del 1933, portando nel 1935 alla creazione della United Auto Workers, il potente sindacato dei colletti blu. In quegli anni i colossi automobilistici cominciarono a spostare gli impianti nelle cittadine dei sobborghi per prevenire gli scioperi e provare nuove tecnologie produttive, finché lo scoppio della Grande Guerra rese Detroit il principale produttore dell’«arsenale della democrazia», come lo definì il presidente Franklin Delano Roosevelt in un discorso radiofonico nel dicembre del 1940: su invito del governo americano, infatti, le aziende automobilistiche sospesero le proprie attività regolari e cominciarono a produrre carri armati, aerei e munizioni destinati alle potenze alleate.
Gli operai di Detroit non bastavano però a sostenere i ritmi della guerra. In quegli anni arrivarono in città migliaia di lavoratori, fra cui molti afroamericani degli Stati del Sud: oltre 600 mila persone si ritrovarono a lavorare nelle fabbriche cittadine per costruire il grande armamento necessario a fermare le potenze dell’Asse – Germania, Giappone e Italia –, mentre la popolazione del Michigan aumentava, di pari passo con le tensioni razziali: uno dei casi più celebri si verificò nel giugno del 1943, quando 25 mila operai della Packard Motors si rifiutarono di lavorare insieme a tre afroamericani ed entrarono in sciopero. L’episodio arroventò il clima in città, e tre settimane dopo contribuì a far esplodere scontri cruenti che costarono la vita a 34 persone. Nel 1950, intanto, Detroit raggiunse, come molte città industriali americane, il proprio apice, con 1,86 milioni di abitanti e oltre 200 mila operai.
Gli immobili intanto cominciavano a perdere valore, e disfarsene diventava sempre più difficile, mentre la classe media abbandonava per paura la città preferendo i più tranquilli sobborghi, dove poteva dare ai figli un’istruzione migliore tenendoli al tempo stesso lontano dai pericoli. Detroit affondava, colpita dalle cicliche crisi dell’industria automobilistica – nel 1973/74, nel 1979 e l’ultima nel 2008 –, dalla decadenza urbana, dal crimine e dalle tensioni razziali che erano sempre più vigorose, con i bianchi che lasciavano il centro e le famiglie afroamericane che restavano in città, divenendo sempre più povere. Fra il 1990 e il 2013 Detroit ha dimezzato il numero dei dipendenti comunali per riuscire a sopravvivere, eppure il 23 luglio 2013 è diventata la più grande città americana a dichiarare bancarotta, con un buco da 18 miliardi e un destino incerto affidato all’emergency manager Kevyn Orr.
La città era senza risorse: i tempi di intervento della polizia dopo una chiamata di emergenza erano di 58 minuti, gli agenti erano 2.300, due ambulanze su tre erano fuori servizio e il 40 per cento dell’illuminazione stradale non funzionava. Solo nel 2013 in città erano stati commessi 333 omicidi – di cui ne sono stati risolti solamente quattro su dieci – e 1.161 sparatorie: Detroit aveva uno dei tassi di crimini violenti pro capite più alto d’America. Secondo i dati dell’US Census, inoltre, fra il 2007 e il 2011 oltre un terzo della popolazione viveva al di sotto della soglia di poverta.
La bancarotta è terminata a mezzanotte dell’11 dicembre 2014, quando il governatore repubblicano Rick Snyder ha dichiarato la fine dello stato di insolvenza. Eppure in città le cose non sembravano troppo diverse rispetto a un anno e mezzo prima.


La storia di Shinola rappresenta secondo Nocera il rilancio e il possibile futuro della città del Michigan. «Se sembra chiaro che aziende come questa sono la soluzione per Detroit, non è così sicuro che possa funzionare per l’intera industria manifatturiera americana», scrive. Oggi le piccole imprese sembrano essere la via d’uscita per una città bisognosa di abitanti, prima ancora che di posti di lavoro. A puntarci è anche Dan Gilbert, l’uomo più ricco di Detroit e 117esimo d’America, che secondo Forbes ha un patrimonio di 4,8 miliardi di dollari. A 53 anni, Gilbert – che è il fondatore di Quicken Loans, principale erogatore di mutui online del Paese – «sta finanziando», come spiega la rivista finanziaria, «la ripresa di Detroit, la città manifesto di tutto quello che è andato male nell’America urbana» ed è per questo considerato da molti il salvatore della Motown.
Negli ultimi cinque anni, il miliardario – che è anche il proprietario dei Cleveland Cavs di Lebron James, di quattro casinò e di altre 110 aziende – ha speso oltre 1,3 miliardi di dollari per comprare settanta edifici in città, alcuni dei quali destinati a diventare uffici per piccole imprese. In una delle sue sale conferenza Gilbert ha un grande plastico che raffigura il centro cittadino in miniatura, i cui edifici si illuminano man mano che li acquista. All’interno di quei palazzi ha trasferito i suoi 12 mila dipendenti e ha persuaso altre grandi aziende, a cominciare da Twitter e Microsoft, a spostarsi verso il centro: in poco tempo ha trovato oltre 140 inquilini, molti dei quali sono startup o piccoli imprenditori che lui stesso aveva finanziato.
Recentemente David Laitin, professore di scienze politiche a Stanford, e Marc Jahr, ex presidente della New York City Housing Development Corporation, hanno proposto di ripopolare Detroit offrendo asilo politico ai profughi siriani in fuga dalla guerra civile. «Immaginate che questi due disastri, uno sociale e uno umanitario, siano uniti per produrre qualcosa di positivo», hanno scritto in un editoriale apparso a maggio sul New York Times. «I rifugiati siriani sarebbero la comunità ideale, dal momento che gli arabi americani sono già una presenza vivace e affermata nell’area metropolitana di Detroit».

Un espediente simile per attrare nuovi abitanti in città lo ha escogitato il governatore del Michigan Snyder, che a gennaio 2014 ha lanciato un programma per rivitalizzare Detroit attraverso l’infusione annuale di 50.000 immigrati, e ha creato il Michigan Office for New Americans. «Secondo noi, sia lavorando con le comunità di immigrati già esistenti che attirandone di nuovi si porteranno benefici a Detroit», spiega al Corriere della Sera il direttore dell’ufficio Bing Goei, che citando uno studio della Wayne State University sostiene come la forza lavoro arabo americana guadagni 7,7 miliardi di dollari nelle quattro contee dell’area metropolitana di Detroit, e abbia generato 544 milioni di introiti fiscali negli ultimi anni, mentre il potere d’acquisto della comunità latina e asiatica del Michigan nel 2014 è stato rispettivamente di 9,8 miliardi di dollari e di 11,8 miliardi. «Anche per questo riteniamo che gli immigrati – i rifugiati arrivano in Michigan soprattutto dal Medio Oriente, in particolare da Iraq e Siria, mentre gli altri, quelli che si trasferiscono per motivi familiari o di lavoro, da tutto il mondo – possano dare un valido contributo alla rivitalizzazione della città di Detroit».
Il Michigan Office for New Americans, spiegano il direttore Goei e la sua vice Karen Phillippi, è stato istituito per stimolare l’economia locale e «si concentra prevalentemente in quattro aree principali: il talento, l’imprenditoria, l’agricoltura e la creazione di un ambiente accogliente». Per quanto riguarda il primo punto, l’ufficio assiste gli immigrati qualificati, istruiti e in possesso di visto nel trovare lavoro. «Sono tutti laureati, alcuni hanno anche un master, e molti sono specializzati nel settore tecnologico», affermano. «Visto che gli immigrati si sono dimostrati negli anni abili imprenditori, stiamo valutando l’idea di ricostruire i vari quartieri fondandoli sulle piccole imprese: fra il 1995 e il 2005, per esempio, un terzo di tutte le nuove startup tecnologiche del Michigan erano formate da immigrati, mentre fra il 2006 e il 2010 in più di 30 mila sono diventati titolari di nuove imprese».
Sul fronte agricolo, invece, il Michigan ha bisogno di almeno 49 mila lavoratori stagionali ogni anno, ma non ha abbastanza forza lavoro locale. «In tutti gli Stati Uniti, il 77 per cento degli impiegati nel settore agricolo è nato all’estero, e le statistiche dimostrano che ogni lavoratore crea altri posti, in genere da uno a tre, lungo la catena», affermano. «Ci battiamo per rendere il Michigan una destinazione per gli immigrati. Il cambiamento porta sempre rischi, ma crediamo che coinvolgendo tutte le comunità esistenti saranno minimizzati».
***
Nei momenti più bui della bancarotta, per ripianare i debiti cittadini, l’emergency manager Orr aveva pensato di vendere le opere d’arte della straordinaria collezione del Detroit Institute of Arts, il più noto dei bellissimi musei cittadini, fra cui spiccano gli impressionati murales della serie “Detroit Industry”, commissionati da Henry Ford e dipinti fra il 1932 e il 1933 dall’artista messicano Diego Rivera, che immortalano la catena di montaggio dello stabilimento Ford.


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Re:le unioni giuste ( la Grecia che non ti aspetti )
« Risposta #2 il: Gio 30 Mar 2017 11:36:27* »
Gli operai di Rivera hanno sguardi eroici, mentre i loro capi li osservano con aria truce e occhi inquisitori: un messaggio politico che fece infuriare il vecchio Ford, che era nato in una fattoria del Michigan ed era profondamente conservatore. Fu Edsel Ford a intuire la bellezza dell’opera, e arrivò a litigare con il padre pur di impedirne la distruzione. Nel gennaio 2014, per salvaguardare le altre opere, sono intervenute invece nove fondazioni filantropiche – fra cui la Ford Foundation e la Knight Foundation – che hanno donato 330 milioni di dollari per preservare la collezione, soldi che sono serviti a finanziare il sistema pensionistico cittadino, vittima di un buco da 3,5 miliardi di dollari, e a “riscattare” il museo, la cui proprietà è passata dalla città a una fondazione no-profit.
La città negli ultimi anni ha ricevuto un grande aiuto dal fronte creativo, uno dei settori in maggior espansione anche grazie ai costi molto bassi di affitti e immobili: per gli artisti lavorare a Detroit è molto più economico che nella maggior parte delle città, e si sta formando una comunità intensa. «Ho incontrato un gruppo di artisti molto versatile: scultori, dj, maghi, attori, rapper e web designer. In questo modo la creatività si diffonde in tutta la città», scrive la poetessa Casey Rocheteau, arrivata in città a novembre 2014 grazie a “Write a House”, un programma finanziato dalla Knight Foundation che regala case abbandonate e ristrutturate a scrittori per sostenere e incentivare l’attività letteraria locale.
Il dinamismo culturale non si limita però alle produzioni undeground. A marzo del 2016 uscirà nei cinema americani “Batman v Superman: the dawn of justice”, il sequel di “L’uomo d’acciaio” diretto da Zack Snyder e interpretato fra gli altri da Ben Affleck, Amy Adams, Jesse Eisenberg e Jeremy Irons. La pellicola è stata girata a Detroit, che negli ultimi anni si è trasformata in Movietown, come raccontava un articolo del Wall Street Journal del 2010. Grazie a un programma di incentivi statali, infatti, i film girati in Michigan ricevono uno sconto del 28 per cento sui costi di produzione: “Batman v Superman” è costato 135 milioni di dollari, e ha ricevuto un rimborso di 35 milioni di dollari dal Michigan. Per Detroit «è un’opportunità di redenzione, una possibilità di scrollarsi di dosso le immagini noiose della criminalità, dei tumulti razziali, della decadenza urbana e persino di una pessima squadra di football», scriveva Amy Chozik sul Wall Street Journal. «Dalla Motown Records allo scrittore Elmore Leonard, la città ha una grande tradizione culturale. Nessuno si aspetta di tornare ai giorni gloriosi in cui Detroit era un simbolo di imprenditorialità e il settore automobilistico contribuiva a rendere gli Stati Uniti la più grande potenza economica al mondo, ma ogni impulso può essere utile per aiutare l’economia locale in modo duraturo».

Abbandono, ecco la parola magica che racchiude in sé tutto il senso profondo della Detroit degli ultimi anni: strade e case abbandonate, lasciate all’incuria o lasciate in cerca di fortuna, la capitale dell’industria automobilistica è diventata come una di quelle cittadine della provincia da cui i ragazzi hanno sempre voluto allontanarsi proprio per raggiungere una grande metropoli. Negli anni Cinquanta questa era la quarta città più grande degli Stati Uniti, con quasi due milioni di abitanti; oggi è abbondantemente sotto al milione e, a partire dal 2000, oltre 240mila persone si sono trasferite altrove, lasciando 80mila case vuote (un quarto di tutte quelle presenti nell’area metropolitana), e chi non può andarsene si sposta a vivere nelle periferie, che sono pericolose ma più convenienti dei quartieri del centro, ormai svuotati.
Tra quelli che restano ci sono gli anziani, come il nostalgico Walt Kowalski di Clint Eastwood in Gran Torino: veterano della guerra di Corea e ora vedovo, pure lui abbandonato -dalla moglie, morta, ma anche dai parenti che ormai non gli telefonano neppure più- è la memoria storica di Detroit; operaio alla Ford, ha vissuto gli anni d’oro e poi la decadenza della città, e il suo quartiere -fatto di perfette villette famigliari all’americana- oggi è popolato da immigrati di ogni tipo e lui ormai è uno dei pochi statunitensi “doc” rimasti. Walt è Detroit, quella più popolare, ferita nel profondo e gonfia d’ira, che deve riadattarsi alla sua nuova identità multiculturale, facendo un percorso uguale e inverso rispetto a quello di Eminem. Deve, soprattutto, prendere atto del fatto che il suo mondo è tramontato e gli resta solo di scegliere il modo in cui sparire dietro la linea dell’orizzonte; eppure non è un messaggio pessimista, quello del film, perché Walt deciderà di sacrificarsi per dare un futuro al quartiere che così a lungo è stato casa sua.

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Luigi Intorcia

Offline Luigi Intorcia

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Re:le unioni giuste ( la Grecia che non ti aspetti )
« Risposta #3 il: Gio 30 Mar 2017 12:02:01* »
C O N C L U S I O N I

Dopo una lunghissima disamina della situazione, i tentativi, le attività, le politiche e ogni diavoleria, per far resuscitare una metropoli, che con le suburbe vastissime dislocava una popolazione di quasi 18 milioni di americani, ovvero 4 milioni in più di tutto il popolo greco, si dimostra senza ombre di dubbi, che questi cittadini, sono stati fortunati ad abitare negli Stati Uniti d'America, in quanto hanno saputo dove andare, ovvero sono immigrati in massa da un luogo ad un altro per trovare cosa?

Per trovare la moneta? NO! Per trovare un nuovo sistema economico? NO!

 E per trovare cosa?

la risposta univoca è:  PER TROVARE LA PRODUZIONE, IL LAVORO E IL REDDITO. NON HANNO FATTO ALTRO CHE SPOSTARSI LASCIANDO TUTTO E NON PAGANDO ASSOLUTAMENTE PIU' NULLA, IN QUANTO NON POTEVANO PAGARE PERCHÉ' NON AVEVANO PIU' IL REDDITO.

SONO STATI FORTUNATI, IN QUANTO, VIVEVANO UN UNO STATO FEDERALE VASTISSIMO STERMINATO, SPAZI ENORMI DOVE LA TRANSUMANZA FATTA DI UOMINI E' STATA POSSIBILE E QUESTO PROCESSO DAL 2008 NON E' MAI CESSATO, ANZI SI E' ACCELERATO ANCORA DI PIU'.

SI DEVE PRECISARE, CHE ALCUNI STATI DEL SUD TIPO LOUISIANA, DA OLTRE 250 ANNI, SONO SEMPRE STATI IMPRODUTTIVI, MA LO STATO FEDERALE, HA GARANTITO PER OLTRE 30 MILIONI DI AMERICANI, UNA FORMA DI SUSSISTENZA FORZATA, CHE LI HA FATTI SOPRAVVIVERE COMUNQUE, SEMPRE PERCHÉ, UNA SECESSIONE DALL'UNIONE, NON AVREBBE AVUTO ALCUN SENSO. MA ANCHE DALLA LOUISIANA, E' SEMPRE ESISTITA UNA IMMIGRAZIONE MASSICCIA E COSTANTE.

TUTTO QUESTO, PORTA A CONCLUDERE, CHE L'EUROPA DEI POPOLI, E' SIDERALMENTE E ABISSALMENTE LONTANA DAGLI STATI UNITI, CHE ANCHE NEGLI STATI UNITI, LA PIÙ  GRANDE POTENZA ECONOMICA AL MONDO, ESISTONO ALTRETTANTE SITUAZIONI ESATTAMMENTE IDENTICHE ALLA GRECIA.
Ma SONO ANDATI AVANTI PERO' EVITANDO DI FARE ERRORI.
NONOSTANTE TUTTO, NON SONO  MAI PIU' ANDATE   AVANTI TUTTE QUELLE  PRODUZIONI INDUSTRIALI, IL CUI BUSINESS  ERA FINITO E SI SONO RIADATTATI AD UNA DRAMMATICA STORIA POST INDUSTRIALE, VARIANDO LA CAPACITA' DI PRODUZIONE LA QUALITA' E LA QUANTITA', OVE CIO' E' STATO POSSIBILE.

TUTTAVIA  NEGLI STATI FEDERALI D'AMERICA   NON E' ESISTITO ALCUN GENOCIDIO MODERNO, NESSUNA FUSTIGATA DEGLI ASINI E NESSUNA AUSTERITÀ  IN QUANTO, HANNO UNA EVOLUZIONE ALLA DEMOCRAZIA E ALLA LIBERTÀ  RADICATA DA 250 ANNI, CHE L'EUROPA NON HA MAI MATURATO.
SE  IN  EUROPA SI FA IMPORRE LA POLITICA DEI FORTI CONTRO LA DISGRAZIA DEI POVERI, DI FATTO NON ESISTE UNA EUROPA IN QUANTO NON ESISTE UNA CAPACITA' DI TRASFORMAZIONE DELLA PRODUZIONE, IN QUANTO SIGNIFICA PERDITA DI POTERE DA PARTE DEL DOMINATE CHE NON HA ALCUN INTERESSE A CEDERE IL SUO SISTEMA PRODUTTIVO, MA A TENERLO IN EFFICIENZA E CON QUESTO DOMINARE.

QUINDI, DI FATTO  LA UE NON ESISTE NON E' MAI ESISTITA E NON E' IN GRADO DI ESSERE UN SISTEMA FEDERALE DI 27 NAZIONI IN QUANTO COMANDA CHI E' NEGATO DA 10 MILA ANNI ALLA COESISTENZA CON ALTRI POPOLI. COESISTENZA MANCATA, STORICAMENTE E  PAGATA GIA' CON DUE GUERRE MONDIALI,  MA SEMPRE PER LO STESSO MOTIVO: DOMINARE.

SINO A QUANDO LASCEREMO ALLA GERMANIA DOMINARE, NON ESISTE UE! LO SAPPIAMO, LO RISAPPIAMO MOLTO BENE,  MA ANCORA UNA VOLTA OGGI AD ESEMPIO, PROPRIO IN QUESTE ORE  UNO STATO ITALIANO OBBEDISCE ALLA DISGREGAZIONE E PORTA A TERMINE IL PIANO DEL DOMINIO CON QUESTE PAROLE D'ORINE:

PRIVATIZZARE, PUNIRE, VESSARE, DOMINARE, ABBATTERE LE PRODUZIONI, IL LAVORO E I REDDITI  E VINCERE  UNA GUERRA MAI DICHIARATA CONTRO DI NOI E CONTRO  ALTRI POPOLI, MA VERA EFFETTIVA E COMBATTUTA OGNI GIORNO E  CHE SARANNO I VINTI FRA POCHISSIMI ANNI.


UN MIO GRANDE AMICO HA SCRITTO:

EUROPA. 60 ANNI DI GUERRA.

ED E' LA PURA VERITÀ'

Luigi Intorcia
« Ultima modifica: Gio 30 Mar 2017 13:02:14* da Luigi Intorcia »
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