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Post - Luigi Intorcia

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Metti un pieno di imposte sulle famiglie e sulle imprese e vedi quanta strada percorri Italia, se ti riesce...
 
La media europea del tax rate,  indica che in Italia,  sforiamo in positivo di oltre 25 punti percentuali. Il più 25 % rappresenta un macigno senza precedenti lanciato nel già debole ingranaggio dell’economia italiana. Il danno più grave, consiste nel mancato consumo di beni e servizi che frena pesantemente la domanda interna, generando il fenomeno della disoccupazione e dei fallimenti a ritmo impressionante  delle medie imprese italiane, mentre immani risorse, restano deviate su tasse e imposte selvagge condite da sanzioni che sono indecenti e immorali.
Il trend negativo, sembra sia arrivato al punto di non ritorno da 5 anni a questa parte e il nostro governo, freddo e obbediente alle ricette imposte dal binomio abominevole della   Germani e Francia ( ultima serva inchinata )  con pletore di staterelli al seguito, con corlupenti surplus, oltre il limite consentito dai trattati europei ( univocamente orientati ai loro sporchi affari ), invece di consentire una ripresa economica  per tutti, lanciano ulteriori strali sulle già disastrate situazioni economiche degli stati del sud Europa, fra cui l’obiettivo nemmeno nascosto, è esattamente l’Italia.
Una nazione da punire, per aver disobbedito il 4 dicembre ed  è questo il punto.
Una rivolta autentica avvenute nelle urne, con un secco NO!
Le forze che si sono opposte, sono trasversali senza un fattor comune denominatore e almeno 13 dei quasi 20 milioni di cittadini effettivamente, non sanno cosa andare a votare alle prossime elezioni. Non hanno una casa  effettiva, identitaria e reale che intercetti le istanze.
Detto questo, sulla scorta delle indicazioni derivanti dall’urna, per un più vasto sentimento nazionale,   risulta evidente, la ricerca spasmodica da parte  di una impressionante moltitudine  di  cittadini, di un vero e proprio salvavita, contro l’inondazione da vessazione di cui sono vittime oramai, tutto il ceto medio, massacrato e dissanguato per non parlare di  tutto il sistema delle medie imprese, di tutto il sistema delle p.iva e dei sterminati piccoli  autonomi, che ben rappresentavano  lo zoccolo ‘duro’ della nostra economia  e  che stanno morendo letteralmente di imposte e tasse. Ogni bene acquistato, al consumo, ha dentro il 60% che è imposta o tasse, da cui si genera un incremento i.v.a. allucinante, che porta via all'istante il + 18% del differenziale di ricavo senza tener conto di un numero impressionante di ulteriori costi da tasse dirette, balzelli che alzano quella percentuale ad un limite che arriva a sfiorare il 27% in media.

questo salvava dai cortocircuiti, lo stato Italiano, brucia la dignità e la vita dei cittadini
Il SALVAVITA IMPOSITIVO, per i redditi entro i 50 mila lordi in un anno, è un obiettivo assolutamente urgente da mettere in atto, con aliquote etiche complessive che devono comportare il concetto dell’equa sopravvivenza delle famiglie italiane.
In mancanza dell’equa sopravvivenza, secondo le odierne e assurde dottrine ordoliberiste, pensiero comune e dominante di classi politiche vendute ai sistemi finanziari europei , dai 50 mila, in Italia e solo in Italia,  sono istantaneamente decurtati in un solo anno oltre 27 mila € fra imposte tasse e balzelli fra i più assurdi mai concepiti. Chi non raggiunge quella quota e avesse ad esempio  24 mila euro lordi, ( un fortunato ) porta a casa poco più di 1 000 euro al mese netti, che significa povertà e fame. Un dipendente, non paga imposte ( ed è una balla ) se non percepisce circa 8000 € lordi, ma se è un imprenditore o partita iva se non percepisce 4.500 € lordi, con un differenziale di 3.500 € che rappresenta un’onta per tutti coloro che per questa crisi hanno la sciagura di avere la p.iva,   non hanno fatturati.
Tali importi, sono assurdità e con questa assurdità in cui si è cacciata questa nazione, nessuna famiglia in Italia è in grado di sfangarla nemmeno in modo degno.
Democrazia in Movimento è e vuole rappresentare, la costruzione del detto SALVAVITA a favore dei cittadini italiani, con delle politiche sociali costituzionalmente orientate.
Fruibili ed immediate, che rappresentano il vero salvagente, contro le belle frasi, le belle parole, le belle chiacchiere, con cui ci hanno ammorbato e ci hanno condotti in questo sfracello senza precedenti politici indegni e provetti scienziati tecnocrati, servi del sistema, che non aprono e non chiudono mai niente e che ingannano i cittadini italiani.
Di questa feccia non ne abbiamo bisogno, abbiamo urgentemente  bisogno di veri eroici rappresentanti, che nelle istituzioni, siano in grado di rompere  il muro del silenzio omertoso, condito dal malaffare, che  invece del cincischiare, sul grattare il barile con nuove trovate, diano risposte coerenti serie e realistiche ai cittadini che ce li hanno mandati in quella stanza.
Il corto circuito istituzionale va risolto, o tutti quanti, indistintamente, faremo una fine orrenda sull'esempio mai ben evidenziato, del popolo Greco, dove non riescono nemmeno più a curarsi dal cancro, ma questo nessuno ve lo dice![/color][/size][/font][/b]

Luigi Intorcia

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TRASPARENZA FONDI DIM / Re:BILANCIO 2016
« il: Mer 03 Mag 2017 18:03:52* »
relazione tecnica al bilancio finale

( nel precedente file in zip vi era una inversione numerica, che è stata corretta )

grazie

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TRASPARENZA FONDI DIM / BILANCIO 2016
« il: Mer 03 Mag 2017 15:30:20* »
SI ALLEGA BILANCIO E TUTTI GLI ALLEGATI  IN FORMA COMPRESSA.

IL TESORIERE
LUIGI INTORCIA

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Articolo 16 COSTITUZIONE ITALIANA. Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.


i cittadini quelli meno abbienti sono spinti al suicidio, avviene in ogni parte del mondo, ma in Europa è una piaga acutissima. Questi pazzoidi sono seduti nei parlamenti soprattutto Europei e applicano solo un criterio di distruzione. In Italia con l'ultimo DEF abbiamo toccato l'apice delle ingiustizie. Una massa indistinta di vacche da mungere, destinate alla macellazione un attimo dopo essere state spolpate vive. Mentre si ottiene questo, l'economia reale, quella che non interessa minimamente far ripartire, affonda sempre di più, nel fallimento, che è sistemico. Un paese come l'Italia,  è diventato macchiettistico e senza alcun  futuro.

https://youtu.be/PMfbK1_THYc

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PENSIERI VELOCI / orride manovre e vessazione = Il NUOVO DEF
« il: Gio 13 Apr 2017 14:28:33* »
la storia del def il sintomo del peggio!


https://youtu.be/LeEGac4MVIY

 fonte: http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2017/04/11/def-e-manovra-allesame-del-cdm-padoan-inseguiamo-crescita-piu-solida_248a5b83-c5a8-455c-95d5-d9c5e3232491.html

Avanti con la spending review, con la riduzione del debito, e con il sostegno alle fasce più deboli, sia attraverso un taglio del cuneo fiscale mirato a donne e giovani sia con l'arrivo del nuovo reddito di inclusione. Sono alcuni degli obiettivi prioritari che il governo ha messo nero su bianco nel Documento di economia e Finanza, che traccia la strategia di politica economica per percorrere l'ultimo 'miglio', di qui alla fine della legislatura. Con il Def si delinea "un'economia che continua a crescere e una finanza pubblica che continua ad aggiustarsi pur in un contesto internazionale difficile", ha ribadito Padoan, sottolineando che una mano al buon andamento dell'economia arriverà anche grazie alla 'manovrina' di correzione dei conti, che dispiegherà i suoi effetti anche nei prossimi anni vista la natura 'strutturale' degli interventi (lasciando una 'dote' per il 2018 da 5,1 miliardi), e che contiene, tra l'altro anche un rafforzamento del programma 'finanza per la crescita'.

Ecco in sintesi i principali obiettivi del Def e della manovra, ancora in via di stesura definitiva:

- VIA L'IRPEF, IMPEGNO PER TAGLIO CUNEO A FASCE DEBOLI: scompare il calo dell'Irpef dal cronoprogramma delle riforme che il precedente governo puntava a realizzare entro la legislatura. Il nuovo Pnr indica ora come "cruciale il taglio del cuneo fiscale per ridurre il costo del lavoro e aumentare parallelamente il reddito disponibile dei lavoratori". Quello che viene definito un "importante sforzo di incentivo mirato" si concentrerà sul "taglio dei contributi sociali, iniziando dalle fasce più deboli (giovani e donne)". Avanti anche il nuovo reddito di inclusione, che partirà da una copertura per 400mila famiglie con minori, 1,8 milioni di persone.

- PER CALO DEBITO ANCHE RIFORMA CONCESSIONI: Privatizzazioni, dismissioni del patrimonio immobiliare ma anche riforma delle concessioni. Sono le 'voci' che il governo punta a mettere in campo tra il 2017 e il 2020 per il "rafforzamento della strategia di riduzione del debito". Tra gli interventi si prevede anche la "realizzazione di un piano triennale di valorizzazione degli asset strategici". Il target è stato però abbassato dallo 0,5% annuo del Pil allo 0,3% (circa 5 miliardi).

- PRIORITA' OK RAPIDO DDL CONCORRENZA, POI NUOVO STRUMENTO: per il governo è "imprescindibile" il via libera rapido al ddl concorrenza, in Parlamento da 2 anni, perché "aprire al mercato diversi settori" è tra le priorità. Altrettanto rapidamente andrà poi definito lo strumento più "appropriato" a cui "affidare i prossimi passi in materia di liberalizzazioni". La prossima legge sulla concorrenza dovrebbe arrivare per decreto.

- PER CATASTO SOLO AGGIORNAMENTO, SENZA AUMENTI TASSE: altro proposito quello di proseguire la "razionalizzazione delle spese fiscali" facendo attenzione, però, a non aumentare la pressione fiscale e a non intaccare l'equità del sistema". Per il catasto, abbandonata l'idea di una riforma complessiva, si proseguirà con "l'aggiornamento del patrimonio informativo catastale al fine di consentire una valutazione più equa degli immobili".

- FOCUS PROGRESSIVITA' PER REVISIONI SCONTI FISCO: la razionalizzazione potrebbe finalmente toccare anche alle cosiddette tax expenditures, i 444 sconti fiscali censiti dall'apposita commissione. Da lì si partirà per "rimodulare in maniera razionale le spese fiscali preservando gli effetti di progressività delle misure".

- NUOVA SPENDING MINISTERI, DA 2018 1 MILIARDO L'ANNO: come previsto dalla riforma del bilancio, il Def indica già ora l'obiettivo minimo di riduzione della spesa che dovranno attuare le amministrazioni centrali. Dal prossimo anno il contributo dovrà essere di 1 miliardo l'anno. Secondo la nuova procedura un dpcm che dovrebbe arrivare entro maggio indicherà la suddivisione dei tagli che però saranno mirati, visto che poi toccherà ai singoli ministeri indicare come intendono raggiungere il proprio obiettivo.

- PIU' RISORSE PER EFFICIENZA GIUSTIZIA: nei prossimi mesi l'esecutivo proseguirà l'attuazione delle misure di riforma della giustizia già avviate", dal processo penale alla prescrizione, e "verranno incrementate le risorse a disposizione dell'amministrazione giudiziaria".

- SPINTA A QUOTAZIONE PMI, SI PUNTA SU START UP: con la manovra intanto si prosegue il rafforzamento degli interventi avviati da qualche anno nella cornice 'finance for growth'. In arrivo, tra l'altro il potenziamento degli incentivi alle quotazioni con riferimento alle piccole e medie imprese (equitycrowfunding) e l'estensione temporale delle agevolazioni per le start-up innovative.

https://youtu.be/LeEGac4MVIY

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PENSIERI VELOCI / Re:e dopo republic arriva la moneta delle banane
« il: Mer 05 Apr 2017 13:03:39* »
il cfl è un concetto inserito fra i punti dei bilanci delle società e sarebbe il numero dei dipendenti che opera a vario titolo nell'ambito del personale di cui si avvale l'impresa è un indice.

In economia, la Legge di Okun, che prende il nome dall'economista Arthur Melvin Okun (che la propose nel 1962[1]) è una legge empirica che collega il tasso di crescita dell'economia con le variazioni nel tasso di disoccupazione. Secondo questa legge, se il tasso di crescita dell'economia cresce al di sopra del tasso di crescita potenziale, il tasso di disoccupazione diminuirà in misura meno che proporzionale.

La legge è espressa convenzionalmente dalla seguente formula:

{\displaystyle u_{t}-u_{t-1}=-\beta (g_{Y_{t}}-{\overline {g}}_{Y})} {\displaystyle u_{t}-u_{t-1}=-\beta (g_{Y_{t}}-{\overline {g}}_{Y})},
dove u rappresenta il tasso di disoccupazione, {\displaystyle {\overline {g}}_{Y}} {\displaystyle {\overline {g}}_{Y}} è il tasso di crescita normale della produzione o del reddito, -β è il coefficiente di Okun. Nella formulazione originaria, risalente al 1962, Okun afferma che per ogni punto percentuale del tasso di disoccupazione eccedente il 4% - il tasso a cui può svilupparsi pienamente la crescita potenziale dell'economia - si riscontra un decremento nel tasso di crescita del PIL di circa tre punti percentuali. Ne consegue che le variazioni di produzione influiscono in modo meno che proporzionale sulla disoccupazione. Questo perché a fronte di una crescita della domanda, le imprese preferiscono chiedere ai loro dipendenti di fare straordinari piuttosto che assumere nuova manodopera (labor hoarding) ed è possibile che parte dei nuovi assunti non fossero precedentemente previsti nella forza lavoro essendo classificati come lavoratori scoraggiati. Inoltre, data tale relazione, varrà che se la crescita è inferiore al tasso normale, la disoccupazione sarà maggiore di quella del periodo precedente.

La legge di Okun è stata associata a considerazioni di tipo Keynesiano, in quanto suggerisce che per poter raggiungere un tasso di disoccupazione obiettivo è necessario che la crescita del PIL superi quella potenziale di una determinata misura.

Negli Stati Uniti durante il periodo che va dal 1965, questa legge ha interpretato la situazione economica, stabilendo che per ogni punto percentuale del tasso di disoccupazione, o meglio del tasso naturale di disoccupazione, il PIL reale si riduce dai 2 ai 3 punti percentuali.
 
Per tornare al nostro caso. quando esistono  società e imprese  che hanno fatturati stratosferici e personale inesistente l'agenzia delle entrate gli va a fare accertamenti e la società deve dimostrare come ha raggiunto i fatturati.

 Inserendo il concetto in un sistema di controllo POTENTISSIMO ma veramente forte, in una dichiarazione basta metterci un puntino e un numero e il sistema restituisce la suddivisione del monte fatturato in cui ha concorso ogni singolo dipendente o socio d'opera. Ad esempio in 50 mila euro di fatturato esiste un lavoratore che contribuisce a circa il 33% del fatturato stesso ( e' un esempio ovviamente ) se una azienda ha 1.000.000 di fatturato e ha 20 dipendenti a tempo indeterminato il coefficiente è zero.
Se l'azienda ha 10 dipendenti il coefficiente è 1 è questo valore che attribuisce l'aliquota da calcolo di imposte e collegato alla percentuale impositiva. Ogni volta che è zero altrettante zero imposte. Tutte le volte che ha un valore allora IMPOSTE. Dopo di che si stabilisce una franchigia fissa, pari al 33% di tutto il fatturato che è esentato  ma tutta la differenza in eccedenza  l'impresa la deve cagare. Tutta interamente. Il ragionamento era semplificato, ma sotto ci sta uno studio da 'paura'.

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PENSIERI VELOCI / Re:e dopo republic arriva la moneta delle banane
« il: Mer 05 Apr 2017 12:57:11* »
entro certi limiti si, diciamo il 10 o 20% di un fatturato globale.

Ma quando il fatturato globale è raggiunto con pochissimi soggetti il concetto cambia drasticamente.

Il ragionamento sono esuberi unicredit e sistema bancario italiano ( 40 mila esuberi ) che ha inserito i totem elettronici all'interno delle filiali. Si stanno studiando i totem interattivi che parlano ai clienti e fanno CONSULENZA. Costano il 99% in meno di un costo di un dipendente.

Quindi si assumono i totem e si buttano fuori UMANI!

Ora  fammi capire chi li paga gli umani buttati fuori da un circuito ad altissimo valore aggiunto come nell'esempio di una banca!

Trovami la soluzione.
Grazie 

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PENSIERI VELOCI / e dopo republic arriva la moneta delle banane
« il: Mar 04 Apr 2017 14:51:34* »

IL GIORNO IN CUI AL CITTADINO NON ARRIVA MONETA ELETTRONICA O PARALLELA TRACCIATA SU UN BANCOMAT COSA FARA' IL SUDDETTO?

la soluzione è peggiore del problema?

La deviazione mentale è arrivata a livelli assoluti e pericolosissimi, che sarebbe venuto il momento di stigmatizzare pesantemente e obbligare i corridori alle idiozie a fare una seria riflessione.

la moneta deve avere la massima liberalità sottostante e non avere alcun vincolo di possesso, arbitrario o non arbitrario e nessun controllo sulla circolazione.

C'è da scommetterci che i balordi della finanzia mondiale, a questo volevano  farci arrivare e ci stanno riuscendo.

Basta avere la base ( la solita bancarella di pidocchiosi arricchiti collegati a tripla mandata con la finanza mondiale  )  da cui parte tutto un processo e siamo FOTTUTI peggio di prima.

Ma il fatto assurdo, è che ai cultori del parallelismo monetario, non gli balena nel cervello,  che la moneta non basta a risollevare nemmeno il fico secco, senza due potentissimi sistemi di controllo: il primo resta fiscale e il secondo resta economico,, per imporre pesantemente prezzi politici fluttuanti pre accordati in base alle variazioni dei prezzi delle materie prime e BASTA!
A questo agganciare il concetto del coefficiente di lavoro in base a multipli di fatturato attivo. 
Basta stabilire l'aliquota ( con molta facilità)  del fatturato libero e in caso contrario, nel caso di surplus incontrollabili che sono arricchimenti deplorevoli,  abbattere i redditi di produzione  sino al 70% di imposte, sulla differenza.

Il deterrente NON DEVE ESSERE FISCALE, MA SOLO  IL POTERE CHE DERIVA DALLA FORZA LAVORO.
Le imprese, la maggioranza di esse, bacerebbero questa soluzione,  molto di più del massacro fiscale incondizionato che le sta distruggendo a partire dal Nord est a cui questa politica economica basilare,  gli permette di ripartire con potenze produttive senza precedenti.

Meno robot e più mano d'opera e zero tasse, per quelle imprese fatte da veri cittadini sovrani italiani. Questa è la maggioranza che vogliamo e non pappagalli ammaestrati, buoni a spargere menzogne.

QUESTA E' LA RICETTA E NESSUN ALTRA.


Luigi Intorcia 

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PENSIERI VELOCI / BANANA REPUBLIC
« il: Gio 30 Mar 2017 17:29:16* »
LA DISTINZIONE FRA IMBECILLI  CAROGNE E AVVOLTOI? ECCOLA


FIRMATO


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C O N C L U S I O N I

Dopo una lunghissima disamina della situazione, i tentativi, le attività, le politiche e ogni diavoleria, per far resuscitare una metropoli, che con le suburbe vastissime dislocava una popolazione di quasi 18 milioni di americani, ovvero 4 milioni in più di tutto il popolo greco, si dimostra senza ombre di dubbi, che questi cittadini, sono stati fortunati ad abitare negli Stati Uniti d'America, in quanto hanno saputo dove andare, ovvero sono immigrati in massa da un luogo ad un altro per trovare cosa?

Per trovare la moneta? NO! Per trovare un nuovo sistema economico? NO!

 E per trovare cosa?

la risposta univoca è:  PER TROVARE LA PRODUZIONE, IL LAVORO E IL REDDITO. NON HANNO FATTO ALTRO CHE SPOSTARSI LASCIANDO TUTTO E NON PAGANDO ASSOLUTAMENTE PIU' NULLA, IN QUANTO NON POTEVANO PAGARE PERCHÉ' NON AVEVANO PIU' IL REDDITO.

SONO STATI FORTUNATI, IN QUANTO, VIVEVANO UN UNO STATO FEDERALE VASTISSIMO STERMINATO, SPAZI ENORMI DOVE LA TRANSUMANZA FATTA DI UOMINI E' STATA POSSIBILE E QUESTO PROCESSO DAL 2008 NON E' MAI CESSATO, ANZI SI E' ACCELERATO ANCORA DI PIU'.

SI DEVE PRECISARE, CHE ALCUNI STATI DEL SUD TIPO LOUISIANA, DA OLTRE 250 ANNI, SONO SEMPRE STATI IMPRODUTTIVI, MA LO STATO FEDERALE, HA GARANTITO PER OLTRE 30 MILIONI DI AMERICANI, UNA FORMA DI SUSSISTENZA FORZATA, CHE LI HA FATTI SOPRAVVIVERE COMUNQUE, SEMPRE PERCHÉ, UNA SECESSIONE DALL'UNIONE, NON AVREBBE AVUTO ALCUN SENSO. MA ANCHE DALLA LOUISIANA, E' SEMPRE ESISTITA UNA IMMIGRAZIONE MASSICCIA E COSTANTE.

TUTTO QUESTO, PORTA A CONCLUDERE, CHE L'EUROPA DEI POPOLI, E' SIDERALMENTE E ABISSALMENTE LONTANA DAGLI STATI UNITI, CHE ANCHE NEGLI STATI UNITI, LA PIÙ  GRANDE POTENZA ECONOMICA AL MONDO, ESISTONO ALTRETTANTE SITUAZIONI ESATTAMMENTE IDENTICHE ALLA GRECIA.
Ma SONO ANDATI AVANTI PERO' EVITANDO DI FARE ERRORI.
NONOSTANTE TUTTO, NON SONO  MAI PIU' ANDATE   AVANTI TUTTE QUELLE  PRODUZIONI INDUSTRIALI, IL CUI BUSINESS  ERA FINITO E SI SONO RIADATTATI AD UNA DRAMMATICA STORIA POST INDUSTRIALE, VARIANDO LA CAPACITA' DI PRODUZIONE LA QUALITA' E LA QUANTITA', OVE CIO' E' STATO POSSIBILE.

TUTTAVIA  NEGLI STATI FEDERALI D'AMERICA   NON E' ESISTITO ALCUN GENOCIDIO MODERNO, NESSUNA FUSTIGATA DEGLI ASINI E NESSUNA AUSTERITÀ  IN QUANTO, HANNO UNA EVOLUZIONE ALLA DEMOCRAZIA E ALLA LIBERTÀ  RADICATA DA 250 ANNI, CHE L'EUROPA NON HA MAI MATURATO.
SE  IN  EUROPA SI FA IMPORRE LA POLITICA DEI FORTI CONTRO LA DISGRAZIA DEI POVERI, DI FATTO NON ESISTE UNA EUROPA IN QUANTO NON ESISTE UNA CAPACITA' DI TRASFORMAZIONE DELLA PRODUZIONE, IN QUANTO SIGNIFICA PERDITA DI POTERE DA PARTE DEL DOMINATE CHE NON HA ALCUN INTERESSE A CEDERE IL SUO SISTEMA PRODUTTIVO, MA A TENERLO IN EFFICIENZA E CON QUESTO DOMINARE.

QUINDI, DI FATTO  LA UE NON ESISTE NON E' MAI ESISTITA E NON E' IN GRADO DI ESSERE UN SISTEMA FEDERALE DI 27 NAZIONI IN QUANTO COMANDA CHI E' NEGATO DA 10 MILA ANNI ALLA COESISTENZA CON ALTRI POPOLI. COESISTENZA MANCATA, STORICAMENTE E  PAGATA GIA' CON DUE GUERRE MONDIALI,  MA SEMPRE PER LO STESSO MOTIVO: DOMINARE.

SINO A QUANDO LASCEREMO ALLA GERMANIA DOMINARE, NON ESISTE UE! LO SAPPIAMO, LO RISAPPIAMO MOLTO BENE,  MA ANCORA UNA VOLTA OGGI AD ESEMPIO, PROPRIO IN QUESTE ORE  UNO STATO ITALIANO OBBEDISCE ALLA DISGREGAZIONE E PORTA A TERMINE IL PIANO DEL DOMINIO CON QUESTE PAROLE D'ORINE:

PRIVATIZZARE, PUNIRE, VESSARE, DOMINARE, ABBATTERE LE PRODUZIONI, IL LAVORO E I REDDITI  E VINCERE  UNA GUERRA MAI DICHIARATA CONTRO DI NOI E CONTRO  ALTRI POPOLI, MA VERA EFFETTIVA E COMBATTUTA OGNI GIORNO E  CHE SARANNO I VINTI FRA POCHISSIMI ANNI.


UN MIO GRANDE AMICO HA SCRITTO:

EUROPA. 60 ANNI DI GUERRA.

ED E' LA PURA VERITÀ'

Luigi Intorcia

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Gli operai di Rivera hanno sguardi eroici, mentre i loro capi li osservano con aria truce e occhi inquisitori: un messaggio politico che fece infuriare il vecchio Ford, che era nato in una fattoria del Michigan ed era profondamente conservatore. Fu Edsel Ford a intuire la bellezza dell’opera, e arrivò a litigare con il padre pur di impedirne la distruzione. Nel gennaio 2014, per salvaguardare le altre opere, sono intervenute invece nove fondazioni filantropiche – fra cui la Ford Foundation e la Knight Foundation – che hanno donato 330 milioni di dollari per preservare la collezione, soldi che sono serviti a finanziare il sistema pensionistico cittadino, vittima di un buco da 3,5 miliardi di dollari, e a “riscattare” il museo, la cui proprietà è passata dalla città a una fondazione no-profit.
La città negli ultimi anni ha ricevuto un grande aiuto dal fronte creativo, uno dei settori in maggior espansione anche grazie ai costi molto bassi di affitti e immobili: per gli artisti lavorare a Detroit è molto più economico che nella maggior parte delle città, e si sta formando una comunità intensa. «Ho incontrato un gruppo di artisti molto versatile: scultori, dj, maghi, attori, rapper e web designer. In questo modo la creatività si diffonde in tutta la città», scrive la poetessa Casey Rocheteau, arrivata in città a novembre 2014 grazie a “Write a House”, un programma finanziato dalla Knight Foundation che regala case abbandonate e ristrutturate a scrittori per sostenere e incentivare l’attività letteraria locale.
Il dinamismo culturale non si limita però alle produzioni undeground. A marzo del 2016 uscirà nei cinema americani “Batman v Superman: the dawn of justice”, il sequel di “L’uomo d’acciaio” diretto da Zack Snyder e interpretato fra gli altri da Ben Affleck, Amy Adams, Jesse Eisenberg e Jeremy Irons. La pellicola è stata girata a Detroit, che negli ultimi anni si è trasformata in Movietown, come raccontava un articolo del Wall Street Journal del 2010. Grazie a un programma di incentivi statali, infatti, i film girati in Michigan ricevono uno sconto del 28 per cento sui costi di produzione: “Batman v Superman” è costato 135 milioni di dollari, e ha ricevuto un rimborso di 35 milioni di dollari dal Michigan. Per Detroit «è un’opportunità di redenzione, una possibilità di scrollarsi di dosso le immagini noiose della criminalità, dei tumulti razziali, della decadenza urbana e persino di una pessima squadra di football», scriveva Amy Chozik sul Wall Street Journal. «Dalla Motown Records allo scrittore Elmore Leonard, la città ha una grande tradizione culturale. Nessuno si aspetta di tornare ai giorni gloriosi in cui Detroit era un simbolo di imprenditorialità e il settore automobilistico contribuiva a rendere gli Stati Uniti la più grande potenza economica al mondo, ma ogni impulso può essere utile per aiutare l’economia locale in modo duraturo».

Abbandono, ecco la parola magica che racchiude in sé tutto il senso profondo della Detroit degli ultimi anni: strade e case abbandonate, lasciate all’incuria o lasciate in cerca di fortuna, la capitale dell’industria automobilistica è diventata come una di quelle cittadine della provincia da cui i ragazzi hanno sempre voluto allontanarsi proprio per raggiungere una grande metropoli. Negli anni Cinquanta questa era la quarta città più grande degli Stati Uniti, con quasi due milioni di abitanti; oggi è abbondantemente sotto al milione e, a partire dal 2000, oltre 240mila persone si sono trasferite altrove, lasciando 80mila case vuote (un quarto di tutte quelle presenti nell’area metropolitana), e chi non può andarsene si sposta a vivere nelle periferie, che sono pericolose ma più convenienti dei quartieri del centro, ormai svuotati.
Tra quelli che restano ci sono gli anziani, come il nostalgico Walt Kowalski di Clint Eastwood in Gran Torino: veterano della guerra di Corea e ora vedovo, pure lui abbandonato -dalla moglie, morta, ma anche dai parenti che ormai non gli telefonano neppure più- è la memoria storica di Detroit; operaio alla Ford, ha vissuto gli anni d’oro e poi la decadenza della città, e il suo quartiere -fatto di perfette villette famigliari all’americana- oggi è popolato da immigrati di ogni tipo e lui ormai è uno dei pochi statunitensi “doc” rimasti. Walt è Detroit, quella più popolare, ferita nel profondo e gonfia d’ira, che deve riadattarsi alla sua nuova identità multiculturale, facendo un percorso uguale e inverso rispetto a quello di Eminem. Deve, soprattutto, prendere atto del fatto che il suo mondo è tramontato e gli resta solo di scegliere il modo in cui sparire dietro la linea dell’orizzonte; eppure non è un messaggio pessimista, quello del film, perché Walt deciderà di sacrificarsi per dare un futuro al quartiere che così a lungo è stato casa sua.


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«La Motown sta tornando in pista?», si chiedeva ancora una volta, all’inizio di giugno, un editoriale del New York Times. «In questi giorni – scriveva Joe Nocera, giornalista finanziario del quotidiano newyorkese – passando del tempo in città si resta colpiti dal fervore dell’attività imprenditoriale». Nel suo articolo, Nocera racconta l’ennesima possibile rinascita della città dell’auto attraverso la storia di Tom Kartsotis, il ricco cofondatore di Fossil che vive a Dallas e che con la città del Michigan non ha nessun legame, ma che, quando all’inizio del 2011 decise di fondare una piccola azienda che realizzasse costosi orologi di alta qualità prodotti in America, scelse Detroit come sede: una città, scrive Nocera, «che una volta era rinomata per la qualità della sua manifattura, ma che negli ultimi tempi ha bisogno di tutto l’aiuto possibile».

Proprio negli anni in cui il lucido da scarpe Shinola raggiungeva l’apice della popolarità diventando un riferimento culturale americano, la città di Detroit toccava il punto più alto della propria storia. Da quando il vecchio Henry Ford aveva fondato l’omonima casa automobilistica nel 1903, la città del Michigan si era in pochi anni trasformata nella capitale dell’industria dell’auto. Al Chicago Auto Show del 1900 era presente solamente una vettura prodotta a Detroit – la Oldsmobile ideata dal pionere Ransom Olds –, mentre nel resto del Midwest fiorivano piccole aziende che provavano a disegnare un futuro senza carrozze né cavalli. Nel ventennio successivo, invece, l’industria si concentrò in Michigan, e in particolare a Detroit, dove furono avviate 125 aziende automobilistiche, fra cui i tre colossi – Ford, General Motors e Chrysler, l’azienda salvata da Fiat, con la quale si è fusa nel 2014 dando vita a Fca – che contribuirono a rendere Detroit la Motown, la città dell’auto.
L’eccitazione dei ruggenti anni Venti affogò però nella crisi del 1929, con la Grande Depressione che per prima intaccò la produzione e colpì gli operai: il salario annuale passò dai 1.600 dollari del 1929 ai 1.000 del 1933, portando nel 1935 alla creazione della United Auto Workers, il potente sindacato dei colletti blu. In quegli anni i colossi automobilistici cominciarono a spostare gli impianti nelle cittadine dei sobborghi per prevenire gli scioperi e provare nuove tecnologie produttive, finché lo scoppio della Grande Guerra rese Detroit il principale produttore dell’«arsenale della democrazia», come lo definì il presidente Franklin Delano Roosevelt in un discorso radiofonico nel dicembre del 1940: su invito del governo americano, infatti, le aziende automobilistiche sospesero le proprie attività regolari e cominciarono a produrre carri armati, aerei e munizioni destinati alle potenze alleate.
Gli operai di Detroit non bastavano però a sostenere i ritmi della guerra. In quegli anni arrivarono in città migliaia di lavoratori, fra cui molti afroamericani degli Stati del Sud: oltre 600 mila persone si ritrovarono a lavorare nelle fabbriche cittadine per costruire il grande armamento necessario a fermare le potenze dell’Asse – Germania, Giappone e Italia –, mentre la popolazione del Michigan aumentava, di pari passo con le tensioni razziali: uno dei casi più celebri si verificò nel giugno del 1943, quando 25 mila operai della Packard Motors si rifiutarono di lavorare insieme a tre afroamericani ed entrarono in sciopero. L’episodio arroventò il clima in città, e tre settimane dopo contribuì a far esplodere scontri cruenti che costarono la vita a 34 persone. Nel 1950, intanto, Detroit raggiunse, come molte città industriali americane, il proprio apice, con 1,86 milioni di abitanti e oltre 200 mila operai.
Gli immobili intanto cominciavano a perdere valore, e disfarsene diventava sempre più difficile, mentre la classe media abbandonava per paura la città preferendo i più tranquilli sobborghi, dove poteva dare ai figli un’istruzione migliore tenendoli al tempo stesso lontano dai pericoli. Detroit affondava, colpita dalle cicliche crisi dell’industria automobilistica – nel 1973/74, nel 1979 e l’ultima nel 2008 –, dalla decadenza urbana, dal crimine e dalle tensioni razziali che erano sempre più vigorose, con i bianchi che lasciavano il centro e le famiglie afroamericane che restavano in città, divenendo sempre più povere. Fra il 1990 e il 2013 Detroit ha dimezzato il numero dei dipendenti comunali per riuscire a sopravvivere, eppure il 23 luglio 2013 è diventata la più grande città americana a dichiarare bancarotta, con un buco da 18 miliardi e un destino incerto affidato all’emergency manager Kevyn Orr.
La città era senza risorse: i tempi di intervento della polizia dopo una chiamata di emergenza erano di 58 minuti, gli agenti erano 2.300, due ambulanze su tre erano fuori servizio e il 40 per cento dell’illuminazione stradale non funzionava. Solo nel 2013 in città erano stati commessi 333 omicidi – di cui ne sono stati risolti solamente quattro su dieci – e 1.161 sparatorie: Detroit aveva uno dei tassi di crimini violenti pro capite più alto d’America. Secondo i dati dell’US Census, inoltre, fra il 2007 e il 2011 oltre un terzo della popolazione viveva al di sotto della soglia di poverta.
La bancarotta è terminata a mezzanotte dell’11 dicembre 2014, quando il governatore repubblicano Rick Snyder ha dichiarato la fine dello stato di insolvenza. Eppure in città le cose non sembravano troppo diverse rispetto a un anno e mezzo prima.


La storia di Shinola rappresenta secondo Nocera il rilancio e il possibile futuro della città del Michigan. «Se sembra chiaro che aziende come questa sono la soluzione per Detroit, non è così sicuro che possa funzionare per l’intera industria manifatturiera americana», scrive. Oggi le piccole imprese sembrano essere la via d’uscita per una città bisognosa di abitanti, prima ancora che di posti di lavoro. A puntarci è anche Dan Gilbert, l’uomo più ricco di Detroit e 117esimo d’America, che secondo Forbes ha un patrimonio di 4,8 miliardi di dollari. A 53 anni, Gilbert – che è il fondatore di Quicken Loans, principale erogatore di mutui online del Paese – «sta finanziando», come spiega la rivista finanziaria, «la ripresa di Detroit, la città manifesto di tutto quello che è andato male nell’America urbana» ed è per questo considerato da molti il salvatore della Motown.
Negli ultimi cinque anni, il miliardario – che è anche il proprietario dei Cleveland Cavs di Lebron James, di quattro casinò e di altre 110 aziende – ha speso oltre 1,3 miliardi di dollari per comprare settanta edifici in città, alcuni dei quali destinati a diventare uffici per piccole imprese. In una delle sue sale conferenza Gilbert ha un grande plastico che raffigura il centro cittadino in miniatura, i cui edifici si illuminano man mano che li acquista. All’interno di quei palazzi ha trasferito i suoi 12 mila dipendenti e ha persuaso altre grandi aziende, a cominciare da Twitter e Microsoft, a spostarsi verso il centro: in poco tempo ha trovato oltre 140 inquilini, molti dei quali sono startup o piccoli imprenditori che lui stesso aveva finanziato.
Recentemente David Laitin, professore di scienze politiche a Stanford, e Marc Jahr, ex presidente della New York City Housing Development Corporation, hanno proposto di ripopolare Detroit offrendo asilo politico ai profughi siriani in fuga dalla guerra civile. «Immaginate che questi due disastri, uno sociale e uno umanitario, siano uniti per produrre qualcosa di positivo», hanno scritto in un editoriale apparso a maggio sul New York Times. «I rifugiati siriani sarebbero la comunità ideale, dal momento che gli arabi americani sono già una presenza vivace e affermata nell’area metropolitana di Detroit».

Un espediente simile per attrare nuovi abitanti in città lo ha escogitato il governatore del Michigan Snyder, che a gennaio 2014 ha lanciato un programma per rivitalizzare Detroit attraverso l’infusione annuale di 50.000 immigrati, e ha creato il Michigan Office for New Americans. «Secondo noi, sia lavorando con le comunità di immigrati già esistenti che attirandone di nuovi si porteranno benefici a Detroit», spiega al Corriere della Sera il direttore dell’ufficio Bing Goei, che citando uno studio della Wayne State University sostiene come la forza lavoro arabo americana guadagni 7,7 miliardi di dollari nelle quattro contee dell’area metropolitana di Detroit, e abbia generato 544 milioni di introiti fiscali negli ultimi anni, mentre il potere d’acquisto della comunità latina e asiatica del Michigan nel 2014 è stato rispettivamente di 9,8 miliardi di dollari e di 11,8 miliardi. «Anche per questo riteniamo che gli immigrati – i rifugiati arrivano in Michigan soprattutto dal Medio Oriente, in particolare da Iraq e Siria, mentre gli altri, quelli che si trasferiscono per motivi familiari o di lavoro, da tutto il mondo – possano dare un valido contributo alla rivitalizzazione della città di Detroit».
Il Michigan Office for New Americans, spiegano il direttore Goei e la sua vice Karen Phillippi, è stato istituito per stimolare l’economia locale e «si concentra prevalentemente in quattro aree principali: il talento, l’imprenditoria, l’agricoltura e la creazione di un ambiente accogliente». Per quanto riguarda il primo punto, l’ufficio assiste gli immigrati qualificati, istruiti e in possesso di visto nel trovare lavoro. «Sono tutti laureati, alcuni hanno anche un master, e molti sono specializzati nel settore tecnologico», affermano. «Visto che gli immigrati si sono dimostrati negli anni abili imprenditori, stiamo valutando l’idea di ricostruire i vari quartieri fondandoli sulle piccole imprese: fra il 1995 e il 2005, per esempio, un terzo di tutte le nuove startup tecnologiche del Michigan erano formate da immigrati, mentre fra il 2006 e il 2010 in più di 30 mila sono diventati titolari di nuove imprese».
Sul fronte agricolo, invece, il Michigan ha bisogno di almeno 49 mila lavoratori stagionali ogni anno, ma non ha abbastanza forza lavoro locale. «In tutti gli Stati Uniti, il 77 per cento degli impiegati nel settore agricolo è nato all’estero, e le statistiche dimostrano che ogni lavoratore crea altri posti, in genere da uno a tre, lungo la catena», affermano. «Ci battiamo per rendere il Michigan una destinazione per gli immigrati. Il cambiamento porta sempre rischi, ma crediamo che coinvolgendo tutte le comunità esistenti saranno minimizzati».
***
Nei momenti più bui della bancarotta, per ripianare i debiti cittadini, l’emergency manager Orr aveva pensato di vendere le opere d’arte della straordinaria collezione del Detroit Institute of Arts, il più noto dei bellissimi musei cittadini, fra cui spiccano gli impressionati murales della serie “Detroit Industry”, commissionati da Henry Ford e dipinti fra il 1932 e il 1933 dall’artista messicano Diego Rivera, che immortalano la catena di montaggio dello stabilimento Ford.



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PENSIERI VELOCI / le unioni giuste ( la Grecia che non ti aspetti )
« il: Gio 30 Mar 2017 00:36:10* »
Due anni inserivo a questo indirizzo

http://www.democraziainmovimento.org/forum/index.php?topic=1529.msg16764#msg16764
 il perchè della crisi.

Dopo due anni è venuto il momento di verificare i risultati della crisi.
Il titolo descrive le unioni giuste da quella sbagliate ( la Grecia che non ti aspetti ), per un semplice motivo.

Nel mondo esistono altre situazioni esattamente uguali a quella della Grecia. Quella più tremenda per la devastazione che ha portato, è la caduta dell'impero delle auto.

D E T R O I T 
Detroit (IPA: /dɪˈtʰɹɔɪt/) è una città degli Stati Uniti d'America, capoluogo della contea di Wayne, principale centro dello Stato del Michigan.
 DA WIKI = https://it.wikipedia.org/wiki/Detroit

Fondata nel 1701 da cacciatori di pellicce francesi, è oggi più nota come capitale dell'industria automobilistica statunitense. Nella bandiera di Detroit compaiono i gigli di Francia e i leoni d'Inghilterra, a simboleggiare il ruolo svolto dalle due potenze nella storia della città situata al confine fra il Canada francese e i territori colonizzati dai britannici.

Situata lungo il fiume Detroit, di fronte alla città canadese di Windsor, si trova nella regione dei grandi laghi americani, al centro di una vasta zona industriale.
Detroit è la diciottesima città degli Stati Uniti con una popolazione di 701.475 abitanti (4,3 milioni nell'area metropolitana) secondo i dati del U.S. Census Bureau del 2012: si tratta di meno della metà della popolazione che la città aveva al suo apice negli anni cinquanta. L'amministrazione cittadina ha subito, nel 2013, una bancarotta, la più grande nella storia delle città statunitensi, ma a dicembre 2014 è uscita dall'amministrazione controllata. Il centro cittadino sta vivendo un rilancio: malgrado i tagli ai servizi pubblici e finanziari, si è costruita la sede della Compuware, sono stati aperti tre casinò, si è rinnovato il complesso Renaissance Center, sede mondiale della General Motors.
el 1904 venne prodotto il Model T. L'industria di Ford (e di tutti i pionieri del settore come i fratelli Dodge e Walter Chrysler) rafforzò la posizione di Detroit come capitale mondiale dell'automobile. L'industria spronò la spettacolare crescita della città nella prima metà del XX secolo, attirando numerosi nuovi abitanti, in particolare lavoratori dagli Stati del sud. Rapporti razziali tesi furono evidenti durante il processo al Dr. Ossean Sweet, un medico nero di Detroit assolto dall'accusa di omicidio dopo aver sparato in mezzo ad una folla che lo assaliva durante il suo spostamento dalla parte "nera" della città a quella "bianca". Con l'introduzione del proibizionismo, il fiume divenne il principale canale per l'importazione di alcolici canadesi.

Con l'industria arrivarono le tensioni, raggiungendo il culmine negli anni trenta quando la United Auto Workers rimase coinvolta in aspri contenziosi con gli operai dell'industria automobilistica di Detroit. L'attivismo della classe operaia di quegli anni portò alla notorietà alcuni leader di casa, come Jimmy Hoffa e Walter Reuther. Gli anni quaranta videro la costruzione della prima autostrada urbana al mondo, la Davison, e la forte crescita industriale, che portarono a Detroit il soprannome di "Arsenale di democrazia". La città fu sottoposta a dura prova durante la seconda guerra mondiale, quando decine di migliaia di lavoratori si trasferirono a Detroit per lavorare nelle industrie belliche. Molti di questi immigrati furono sia bianchi che neri provenienti dagli Stati del Sud. Trovare casa diventò quasi impossibile.

La "12th Street Riot" nel 1967 accelerò l'allontanamento dei bianchi dalla città. La percentuale di residenti neri crebbe rapidamente e, non solo i bianchi continuarono a lasciare la città, ma l'immigrazione dei neri dal sud continuò. Dal momento in cui i negozianti e i piccoli proprietari emigrarono per le continue ribellioni, gli introiti provenienti dalle tasse subirono un rapido declino. Nell'arco di dieci anni molti edifici nella zona sud-est vennero abbandonati e molti di questi rimasero per anni in stato di degrado. Nel 1973 venne eletto il primo sindaco nero, Coleman Young. Lo stile di Young durante i suoi cinque mandati (1974-1994) di carica non fu ben accolto da molti bianchi.

La crisi petrolifera dal 1973 al 1979 scosse l'industria automobilistica degli Stati Uniti, mentre le utilitarie di produzione straniera fecero il loro ingresso sulle strade tradizionalmente dominate dalle case automobilistiche americane. "Rinascimento" fu una parola spesso utilizzata dai leader politici della città dalla 12th Street Riot, rafforzata dalla costruzione del Renaissance Center alla fine degli anni settanta. Nel 1980 si tenne a Detroit la Convenzione Nazionale Repubblicana che promosse Ronald Reagan per la campagna presidenziale.

Il 18 luglio 2013, la città ha dichiarato fallimento, a causa dell'impossibilità di pagare debiti stimati tra i 18 e i 20 miliardi di dollari.[3] Nonostante fosse stata ventilata la possibilità di ottenere fondi vendendo, tra l'altro, opere del rinomato museo cittadino, il Detroit Institute of Arts, un giudice ha espressamente escluso dalla liquidazione tutte quelle istituzioni no-profit compreso il museo, che anzi diventerà indipendente dall'amministrazione locale[4]. Il 7 novembre 2014 un tribunale fallimentare ha approvato il piano proposto dalle autorità municipali per cancellare 7 dei 18 miliardi di debito, avviando tagli del 4,5% sulle pensioni di 12.000 dipendenti pubblici e lo stanziamento di 1,7 miliardi di dollari da investire in servizi. Il 10 dicembre 2014 Detroit è uscita dal regime di amministrazione controllata


Storia demografica di Detroit
Anno      1820   1860   1900   1920   1940   1950   1960   1980          2000                  2010                   2012
Popolazione   
                1.422   45.619   285.704   993.678   1.623.452   1.849.568   1.670.144   1.203.368   951.270   713.777   701.475

Detroit città fantasma: come scompare una città per la crisi economica
Nell’arco di pochi anni le vie con le classiche villette americane sono diventate strade disabitate

Se c’è una città simbolo della crisi economica, quella città è Detroit. Identificata per anni con la General Motors, il declino della città è andato di pari passo con quello dell’azienda automobilistica.
Nel corso degli ultimi anni, la città americana ha visto calare il numero dei propri abitanti, molti dei quali si sono trasferiti dopo aver perso il lavoro: nel primo decennio del XXI secolo Detroit ha perso oltre 200mila abitanti e questo crollo si è ripercosso pesantemente sull’aspetto della città.
Per documentare questi cambiamenti, il tumblr GooBingDetroit ha raccolto immagini della città presi dalle mappe di Google e Bing: lo stesso punto della città viene “fotografato” a distanza di anni e il confronto è impietoso. Case che vanno in rovina fino a sparire, la sensazione di essere di fronte a una città fantasma




























Detroit è fallita e ora le case si vendono a 300 euro
Il disastro economico americano


Sembrano affari. Case a un quarto d’ora di macchina dal centro di Detroit in vendita a 300 euro. Sì, 300 euro. Case di 120-140 metri quadri con tre camere da letto, due bagni, cucina e salone. E ce ne sono pure da 100 euro, persino da 50 euro. Te le tirano dietro.
Basta fare una passeggiata virtuale su siti di agenzie immobiliari come Realtor.comper trovare diverse di queste villette nei sobborghi a Nord-Ovest di Detroit svendute a prezzi di liquidazione totale. Ma la domanda che s’impone è semplice: qual è la fregatura? L’inghippo c’è, ed è triplice.
Primo, bisogna considerare i quartieri in cui si trovano queste abitazioni super low-cost. Si tratta di aree punteggiate di case abbandonate dove non circola alcun vicino sorridente e pronto a prestarti lo zucchero o la tagliaerba. Al massimo si può incontrare qualche loquace spacciatore di crack. «Case a prezzi assurdi», ha commentato un anonimo lettore su uno di questi siti di saldi immobiliari, «mi domando se il pacchetto comprenda anche le munizioni che ti servono per evitare di essere impallinato in giardino». E un altro ha rincarato la dose: «Lì quando vai a letto devi indossare una armatura>>

Mettiamo che il nostro potenziale acquirente sia un ex marine molto coraggioso, che sa come farsi rispettare e non si scoraggia per la presenza di vicini poco socievoli. Bene, dovrà considerare un secondo problema: la criminalità fa sì che queste case all’interno siano completamente da rifare. Diverse squadre di ladruncoli hanno via via lasciato l’appartamento vuoto. Qualsiasi cosa avesse un minimo valore, dai lampadari ai lavabi dalla moquette agli infissi è stata portata via. Per poterle abitare, queste case, occorre rimetterle a nuovo. Da cima a fondo. «Tutto quello che è trasportabile all’esterno è a rischio», ha spiegato Jeremy Brown, un agente immobiliare di Detroit. «Mentre stai facendo i lavori ti conviene pagare qualcuno che dorma in casa e faccia la guardia. E appena la villetta è sistemata bisogna fare il trasloco alla svelta. Questi non sono quartieri facili, la gente si arrangia come può, cerca di sopravvivere».
Tutto vero. Ammettiamo, però, che nonostante i vicini poco rassicuranti e nonostante la casa sia da rifare completamente, l’idea di un immobile da comprare a 300 euro sia comunque allettante. A questo punto il potenziale impavido acquirente deve considerare un terzo fattore: queste sono case pignorate e abbandonate da anni, per cui chi subentra deve accollarsi le tasse di proprietà anche degli anni precedenti in cui non sono state versate. Solo nel 2011, l’ultimo anno per il quale si dispone di dati, la contea di Wayne di cui Detroit fa parte, si è ritrovata un buco di 170 milioni di dollari per tasse immobiliari non pagate. Tornando al nostro ipotetico acquirente, i grattacapi non sono ancora finiti. Naturalmente deve anche sborsare la commissione all’agenzia immobiliare. E appena firma il contratto la casa viene automaticamente rivalutata, il che si traduce in un aumento delle tasse di proprietà.
A dispetto di tutti questi elementi che fanno pensare che queste case a 300 euro non siano per nulla un affare, ma più probabilmente una rogna, qualcuno può continuare a ritenere che siano un investimento. Specie se, come sperano questi inguaribili ottimisti, in futuro la zona verrà riqualificata.
«Campa cavallo», spiega Jada Hill, che di recente ha comprato con il marito una casa in una zona migliore a 80mila dollari (60mila euro). «In aree così malconce a meno che un mucchio di gente non arrivi tutta allo stesso tempo non si riqualifica un bel nulla. Ciò che deve scolpirsi in testa la gente è che le case non sono delle scommesse, sono dei posti in cui vivere. Finché la gente le compra per rivenderle e non pensa neanche lontanamente di metterci piede come diavolo si fa a rivitalizzare il quartiere?».
Dibattiti e polemiche di una città ufficialmente fallita qualche giorno fa e in forte crisi da decenni, strozzata da un debito che oggi sfiora i 19 miliardi di dollari, dove gli edifici abbandonati sono ben 78mila e dove gli immobili in svendita a prezzi da fine mercato sono migliaia. Si pensi che l’anno scorso all’annuale asta delle case pignorate della contea di Wayne ne sono state sbolognate 12mila, alcune delle quali al prezzo di partenza di 500 dollari (377 euro).
Di fronte a questi dati la domanda è sempre la stessa: come ha potuto Detroit arrivare a questo punto? Come ha spiegato a Linkiesta Thomas Sugrue, professore di Storia e Sociologia all’università della Pennsylvania autore di libri e saggi sul declino della Motor City, si è trattato di un mix di razzismo e cattiva gestione finanziaria.
«A cominciare dagli anni Cinquanta – dice Sugrue – i bianchi si sono trasferitinell’hinterland, e con loro si sono spostati anche i loro soldi. Le tensioni razziali latenti sono scoppiate sul finire degli anni ‘60, in particolare nel 1967, durante cinque giorni di scontri in cui persero la vita 43 persone: 33 neri e dieci bianchi. Dopo quei fatti la città si svuotò. Così Detroit città ha perso gran parte dei proventi delle tasse. Senza soldi in cassa è difficile ristrutturare scuole, strade, ponti».
Secondo Sugrue l’altro aspetto da considerare è che a partire dagli anni ‘80 il governo federale ha tagliato molto i fondi alle città. Le spese per le metropoli sono passate dal 12 al 3 per cento. «Per cui – continua Sugrue – città come Detroit, che già dovevano far fronte alla diminuzione delle entrate delle tasse perché la popolazione diminuiva si sono trovate in gravissima difficoltà. E invece di prendere decisioni dolorose per snellire il numero dei loro dipendenti hanno continuato a operare come se nulla fosse, sulla base del tornaconto elettorale di breve termine».
Una delle istantanee di questo disastro, a cui ha anche contribuito la grande recessione del 2008, sono queste case fantasma in vendita online a 300 euro o poco più. Sembrano affari, ma il rischio del classico bidone è reale.



http://www.linkiesta.it/it/article/2013/07/27/detroit-e-fallita-e-ora-le-case-si-vendono-a-300-euro/15426/

Già leggendo il necrologio di Henry Ford II – nipote di Henry, uno dei padri del capitalismo americano, morto di polmonite a 70 anni il 29 settembre 1987 – si scopre un uomo che aveva passato  la parte finale della vita a cercare di ricostruire la sua città in declino: dall’inizio degli anni Settanta aveva provato a rianimare l’economia locale, arrivando a realizzare sulle rive del Detroit River un mastodontico complesso di sette grattacieli inaugurato nel 1977, a cui aveva dato il nome di Renaissance Center.

Da allora sono passati circa quarant’anni, e la ripresa di Detroit è stata annunciata decine di volte. Eppure, nonostante i profeti della rinascita, le abitazioni hanno continuato a svuotarsi. In mezzo secolo la città ha visto fuggire due terzi della sua popolazione – quelli che potevano permettersi un trasferimento nei bianchi sobborghi benestanti – e nei quartieri derelitti sono rimasti quasi esclusivamente i disperati, per lo più afroamericani. Oggi la città trabocca di case in rovina prossime al crollo e di lotti abbandonati, ha infrastrutture scadenti e un sistema scolastico inadeguato, oltre a un altissimo tasso di criminalità.
Nonostante abbia sempre deluso le aspettative e sia arrivata due anni fa a dichiarare bancarotta, Detroit sta provando ancora a superare la sua reputazione decadente. Ricominciare non è facile, ma in città si respira la voglia di lasciarsi conquistare dall’epica tutta americana del derelitto che, dopo essere caduto, rinasce. Il centro, che a lungo aveva ricordato la desolazione delle immese praterie del Midwest, si sta rianimando, l’economia vede uno spiraglio appoggiandosi soprattutto sulle startup tecnologiche che attraggono giovani e sulle piccole imprese, nelle case si riaccendono le luci, grazie anche alla comunità creativa che a Detroit ha trovato un luogo economico dove poter vivere e lavorare.

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PENSIERI VELOCI / DURI A VIVERE
« il: Lun 27 Mar 2017 12:43:07* »


FISCAL COMPACT?

Piovono report , articoli, fondi, contro analisi ma tutte ad indicare che è impossibile mettere in esecuzione una delle peggiori politiche fiscali mondiali.
Inutile rifare le analisi, non possiamo mantenere il patto europeo così com’ è, ovvero dobbiamo obbligatoriamente disattenderlo. Manovre dell'ordine di 45/50 miliardi di euro in un solo anno per rientrare dal debito pubblico per 20 anni e portarlo al 60% del pil annuo è impossibile. Tutto il settore produttivo, non può trasferire questa massa di mezzi finanziari e non avere nessuna ripercussione negativa. Chi ha imposto questo meccanismo perverso con il fiscal compact mira ad affossare l'economia italiana. L'effetto della non ripresa è già evidente da tre anni a questa parte, ma il clou si avrà nel 2018, quando andrà in esecuzione reale l'applicazione del  fiscal compact.

 Quello che è intollerabile è il fatto della totale incapacità della classe politica di assumersi la responsabilità di infrangere il patto per l'Europa, perché a livello elettorale prenderebbe una batosta. Ecco perchè non fanno assolutamente nulla. Però poi vengono a gonfiarci di balle destra e sinistra , non solo, ma paventano pure nuove elezioni che costeranno altri 400 milioni di euro è Questo è lassismo e irresponsabilità allucinante. Quando un politico se ne viene e dice questo, dovrebbe dimettersi all'istante e non chiedere di essere nuovamente rieletto. Con nuove elezioni non cambierà assolutamente nulla, se continuano a starci loro sugli scanni. Con l'attuale classe politica i proventi della lotta all'evasione non potrà mai e poi mai essere restituita al contribuente, per abbassare le imposte che paga, se lo facessero ai fini del debito pubblico non cambia un fico secco, quindi levatevi dalla testa l'idea che i soldi recuperati vadano a beneficio di chi già paga. Chi controlla il bilancio pubblico se non incassa 90 miliardi sotto forma di minori imposte e li incassa altrettanto perché 90 miliardi in piè arrivano dalla evasione che teoricamente potrebbe anche essere azzerata con mezzi poderosi di controllo fiscale ( e lo faranno!! ) perché tutti pagano, il rientro sul debito è = a 0. L'Europa invece ci sta dicendo:< se recuperate 90 miliardi di evasione dovete prima rientrare dal debito e lo dovete fare per i prossimi 20 anni>. Quale politico o forza politica italiana avrà il coraggio di dire NO ! Ci manderanno un imbecille prima o poi o ce lo manderemo tutti noi, perché sarà costretto a dire no comunque. Allora perché questi farabutti attuali non lo fanno sin da ora che aspettare invece altri due anni che dissanguerà irrimediabilmente la nostra economia  Sapete cosa penso è Che l'attuale classe politica italiana è esattamente identica ai generali che comandavano l'esercito italiano prima della disfatta di Caporetto. Ci voleva un battaglia persa per cambiare i generali. Ci vorrà una nuova catastrofe economica per cambiare i vertici economici italiani, insomma non vedo alternative all'orizzonte. Prima andremo a sbattere e poi ci risolleveremo e forse potremmo rinascere ma tradiremo per la terza volta nella storia umana moderna. Lo faremo, il popolo italiano è il popolo che tradisce di piè sulla faccia della TERRA.
esiste un problema tecnico legale quasi insormontabile. Il fiscal compact è definito non  come un trattato europeo ma un trattato internazionale. Il punto piè grave e assurdo nello stesso tempo è che il recepire le norme del fiscal nella legge di stabilita, fa rientrare tutte le norme di delega fiscale nell'art 75 della costituzione che testualmente cita < è indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.
 La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum.>  questo significa che mentre il fiscal compact entra con norma rafforzata nella gestione per la delega fiscale, trasformandosi automaticamente in legge di bilancio e quindi di norme tributarie, non è soggetta a referendum. Questo implica che solo lo stesso potere legislativo che impone il fiscal compact può deliberare una legge che la contrasta, ovvero la maggioranza politica del senato e del parlamento e promulgata dal presidente della repubblica. In ogni altro sistema ci sarebbe l'inammissibilità costituzionale della legge che contrasti con il fiscal compact!


leggendo questa fonte http://www.pagina99.it/2017/02/27/fiscal-compact-ovvero-come-far-crescere-il-debito-ue/

che è integralmente riportata per verificare la lucida follia di pesci ( o squali )  rinchiusi in barili avvelenati che lasciano sgomenti

<Governi e Commissione di Bruxelles possono revisionarlo nei prossimi mesi, modifiche che scatterebbero dal 2018 con l’inserimento definitivo nei trattati della Ue. Perché finora in quei trattati il Fiscal compact non c’è. Ma di che si tratta? Al centro c’è l’obbligo di ridurre ogni anno il debito pubblico di un ventesimo della parte che eccede il 60% del Pil. Una tagliola che si aggiunge alla regola di non superare il 3% di deficit, anzi di azzerarlo in tempi rapidi. Azzeramento che per l’Italia non è la parità perfetta ma, tenuto conto di altri fattori, lo 0,5% di disavanzo strutturale.
Significa che il debito, oggi oltre il 133% del Pil e in cifra assoluta di 2.217 miliardi, dovrà essere tagliato di circa il 65% dall’anno prossimo, una cifra insostenibile? No, vuol dire che dovrà scendere di 3,6 punti in rapporto al Pil. Se questo aumentasse dell’1,5% (traguardo lontano per l’Italia, ma meno della crescita media europea), con un altro 1,5 di avanzo primario al netto degli interessi sarebbe “sufficiente” un taglio di 5-6 decimali. Otto miliardi. Che scenderebbero negli anni successivi.
Il problema è che, con le elezioni in arrivo, Pier Carlo Padoan ha già difficoltà a far digerire una correzione di 3,4 miliardi. Ancora: quest’anno vanno al voto francesi e tedeschi, con esito incerto soprattutto per la Francia. Se non vincerà Marine Le Pen (in questo caso tutti questi discorsi finiranno nel cestino assieme all’euro) è importante capire se il titolare dell’Eliseo sarà l’ex socialista Emmanuel Macron, più vicino alla linea anti-austerity renziana, o il post-gollista François Fillon, pronto a rinnovare l’asse con Angela Merkel.
Gli ultimi sondaggi Opinionlab danno Macron in discesa, appaiato a Fillon ammaccato ma vivo. Per l’Italia la vittoria di Fillon restringerebbe i margini di trattativa sul Fiscal compact, che pure esisterebbero: l’accordo infatti prevedeva anche di favorire investimenti e occupazione. Mentre a fine anno scade il Quantitative easing della Bce, e benché Mario Draghi ipotizzi acquisti selettivi in pratica Btp italiani e Oat francesi, il nostro debito diverrà più caro, le manovre di bilancio più complicate.
«È sconcertante come da noi se ne parli poco, se non per la campagna anti-euro di grillini e leghisti», dice a pagina99 un importante banchiere italiano. «Eppure le maggiori operazioni finanziarie iniziano a prevedere clausole contro il rischio di disgregazione dell’euro». L’aumento di capitale da 13 miliardi di Unicredit mette in guardia dall’eventualità che «uno o più Paesi nella moneta unica indicano referendum per adottare valute alternative». E la variabile “eurexit” è prevista anche nell’offerta per ora informale della francese Psa per acquisire la Opel dalla General Motors: la trattativa è prevista in dollari, non in euro.
Qualche cifra quantifica il rischio-Italia: «Si parla di un 15-20% di possibilità di uscita dall’euro», dice il nostro interlocutore. «Ma non dimentichiamo i pronostici ottimistici sbagliati, dalla Brexit in poi». Dunque le possibilità di ammorbidire il Fiscal compact non sono molte. Eppure il patto è stato finora un insuccesso: il debito medio dell’eurozona è passato dall’89% del 2012 al 90,1% del 2016.
La Francia dal 90,6 a quasi il 100%. La Spagna dall’86 al 100,9%. Rispetto al 2007, ultimo anno pre-crisi, il debito spagnolo è aumentato di 183 punti, quello francese di 52, quello italiano di 33. Solo in Germania il debito è calato fin quasi al 60%. Le critiche degli economisti keynesiami come Kenneth Arrow e Robert Solow, e quelle ancora più nette di Thomas Piketty, restano fondate. Ma agitarsi a vuoto può presentare all’Italia un conto ancora più salato.
Un rapporto di Mediobanca Securities che per il titolo “Il rischio ridenominazione in altra valuta del debito italiano si riduce nel tempo” è stato strumentalizzato da grillini, leghisti e dintorni, snocciola alcune cifre. Innanzi tutto il “rischio si riduce” ma non per gli italiani perché dal 2013 i Btp contengono la Clausola di azione collettiva (Cac) che consente ai creditori, se superano il 25% del totale, di rivalersi contro il Tesoro.
I titoli vincolati dai Cac ammontano a 902 miliardi; il Tesoro potrà non riconvertirli, poniamo, in lire, pagandone però capitale e cedole con un aggravio del 30-40% per la svalutazione. Poi ci sono i 210 miliardi comprati dalla Bce attraverso la Banca d’Italia. E i derivati contratti da banche ed enti per assicurarsi sui Btp, soggetti al diritto inglese, con obbligo di rimborso immediato: perdite secche di 37 miliardi. Stessa cosa per i titoli in valuta estera, 48 miliardi. Tirando le somme, si ( fonte mediobanca )  stima un conto di 280 miliardi solo per il Tesoro.
Draghi dice che l’euro «è irreversibile». Non si può uscirne, neppure a suon di referendum. Questo però finché la moneta unica regge. Per questo il Fiscal compact è stato finora uno strumento nelle mani della Germania che ha meno da perdere anche in caso di morte dell’euro. >



I Paesi indebitati e recidivi, Italia in testa, per rinegoziarlo hanno una sola via, cominciare a ridurre il debito?

Chiunque abbia scritto questa frase è un pazzo da rinchiudere. Perchè?

lo stato prenderebbe soldi da chi non li ha ( e non li ha mai avuti creandoli dal niente ) e in cambio paga interessi, con gli interessi chi non ha soldi, compra altri titoli e prende altri interessi.
Dal 1982 ad oggi ci chiediamo del debito schizzato alle stelle? Con una media di 60 miliardi in valore attuale per 35 anni siamo da 2100 sino a 3000 miliardi passati dalle casse dello stato alle casse delle banche e ci troviamo a 2250 miliardi di debito ( gennaio 2017 ).
Un grandioso affare....... ma non  è stato solo quello italiano   a mettere in atto questo sfracello, dato che nel mondo esiste un debito pubblico globale pari ad oltre 44.000 miliardi di dollari.

In cifre 44.000.000.000.000. Ma il fatto fantastico è che la nazione più indebitata sulla faccia della terra sono gli USA con 14.508.000.000.000 $ e corrisponderebbe alla più grande potenza economica mondiale?

Oppure che la Germania finanziando con 400 miliardi di euro ( e nessuno la butta fuori dalla UE ) le sue ultra fallite banche osano andare a finanziare i titoli del debito delle altre nazioni? ma non basta e gli stati uniti stampano soldi virtuali e comprano i titoli del debito di altri stati ancora, fra cui quelli di tutti gli stati europei.

Solo UNO ha tentato nella storia moderna di mettere in atto la stessa cosa  e fu ADOLF HITLER.
CHE SI CHIAMI CON UN ALTRO NOME UN SUO INDEGNO DISCENDENTE, FORSE DEVE FAR RIFLETTERE E DEVE PORTARCI A PRENDERE UNA SOLA DECISIONE: FUORI DALLA EUROPA
Luigi Intorcia
 

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