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La democrazia rappresentativa: tra governabilità e democrazia diretta.

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Da almeno venti anni il dibattito politico si affanna a discutere il rapporto tra rappresentanza e governabilità.

I governi tendono ad assorbire su di loro la funzione innovatrice e la capacità di risposta alle cc.dd. sfide globali, affermando ad ogni piè sospinto che la rappresentanza non è in grado di assolvere ai compiti decisionali propri dell’era moderna, caratterizzata dalla velocità dei mutamenti sociali ed economici.

La rappresentanza parlamentare viene così relegata in un angolo e posta in seria crisi, quale fosse un impiccio alla “capacità di governo” e all’obbligo di risposta.

Questo attacco alla “funzione della rappresentanza parlamentare” di matrice governativa è oggi vincente grazie ad una pressione mediatica e ad un utilizzo disinvolto della maggioranza parlamentare frutto di una legge elettorale antidemocratica (il Porcellum).

Le recenti riforme stanno vieppiù riducendo la rappresentanza a mero corollario confermativo dell’attivismo governativo, concentrando enormi poteri sul Capo del Governo (un sostanziale premierato).

Ma la rappresentanza parlamentare non soffre solo per gli attacchi governativi e delle elites, ma anche a causa di quei settori del c.d. Popolo che non trovano soddisfazione nella rappresentanza, anzi da essa si sentono truffati, depauperati.

Una parte si è rifugiata nel disinteresse e nell’astensionismo, altra parte invoca il diritto di essere esso stesso legislatore, senza la mediazione di Parlamenti e rappresentanti. In questo ritengono di poter esaurire e compendiare la “democrazia”.

E’ davvero così? Davvero la democrazia si esprime con e si esaurisce nella funzione legislativa, nella decisione, nella deliberazione?

Assolutamente no.

Questa è solo una visione semplicistica della democrazia, affascinata da miti del passato sui quali sarebbe bene fare piena chiarezza.

La democrazia non si misura in base alla possibilità di essere legislatore o della possibilità di partecipare ai processi legislativi.

Il fatto che ciascuno di noi, singolarmente considerato, possa essere motore della iniziativa legislativa non è per ciò stesso condizione sufficiente alla realizzazione della democrazia.

Da solo considerato l’esercizio diretto della funzione legislativa può ben presto trasformarsi in dittatura della maggioranza. E ancora più patologicamente nella dittatura di una minoranza attiva che assorbe in sé l’esercizio della democrazia.

Affermare poi, come alcuni opinano, che la democrazia si risolva nella mera possibilità di partecipare ai processi legislativi, senza alcuna verifica per rendere effettiva, sostanziale, questa partecipazione, a ben vedere si risolve nella negazione stessa del concetto democratico, per tradursi nella “delega agli attivi”.

In ciò sarebbe insito il trasferimento della tutela degli interessi variegati delle società complesse ai “più attivi”, e questo sarebbe inammissibile in quanto taglierebbe fuori dalla considerazione normativa tutti quegli interessi che pur meritevoli di considerazione non avrebbero comunque “attivi” che ne portino avanti le istanze.

In concreto, in una società dove dovessero trovare cittadinanza solo gli interessi espressi dagli “attivi”, coloro che per loro natura attivi non sono o non possono essere si troverebbero privi di “parola”, privi di “azione”, privi di tutela: tra questi, i minori, gli incapaci, gli esclusi, gli emarginati, coloro che sono privi dei mezzi necessari, i non cittadini. Questi sarebbero esclusi dalla possibilità di farsi “legislatori” e, in ultima analisi, di trovare tutela e riconoscimento di diritti ed interessi.

La rappresentanza assolve a questa fondamentale funzione. A fortiori quella espressa dai Padri Costituenti attraverso l’art. 67 Cost., allorquando affermano che i parlamentari “rappresentano la Nazione ed esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato”.

Norma che non esprime l’idoneità del parlamentare a farsi “furbo” e “cambiare casacca” alla bisogna, ma quello più ampio e alto di essere espressione dell’intera Comunità, impegnando a questo Ufficio anche quando ciò dovesse significare andare contro gli interessi di parte. Perché la Comunità nell’idea dei Padri Costituenti è posta al di sopra degli interessi e degli egoismi delle singole parti di essa.

A tale funzione di rappresentanza degli interessi concorrono poi i corpi intermedi, i quali svolgono la fondamentale funzione di armonizzazione dei diversi interessi che pervadono le società complesse.

Le grandi idealità, le visioni della società, espresse dai grandi partiti di massa, così come dai sindacati, dalle associazioni delle imprese, dagli organismi associativi di volontariato assolvono tutti a questa fondamentale funzione: esprimere esigenze, diritti, interessi, anche di quella parte della popolazione o di quei soggetti che non hanno voce diretta.

Coloro che ritengono di far coincidere “democrazia” e “funzione legislativa” si preoccupano soltanto di cercare strumenti deliberativi efficienti. Ritengono che sia sufficiente trovare un buon software decisionale attraverso il quale fare esprimere il Popolo e farlo diventare sovrano.

Costoro dimenticano che la democrazia non si esprime soltanto attraverso la decisione e la formazione delle maggioranze, ma abbisogna di competenze, conoscenze, elaborazioni, confronto, idee, progetti, visioni del mondo, ma soprattutto del riconoscimento delle minoranze e delle garanzie per esse di potersi esprimere e, non ultimo, di vederne riconosciute le istanze.

In altri termini le minoranze non sempre hanno torto, non sempre devono cedere alla maggioranza. In concreto: una minoranza linguistica ha diritto a vedersi riconosciuta e tutelata pur se minoranza; un omosessuale ha diritto ad essere riconosciuto e tutelato anche in una società largamente eterosessuale e così via.

Decisivi sono dunque gli strumenti di garanzia, quelli che fanno si che la brutale forza della maggioranza (che poi magari è solo una minoranza che decide per tutti a causa di sciagurate leggi elettorali o dell’attivismo dei più “attivi”), non annienti le minoranze, non le renda prive di voce e diritti.

Ecco, in questo si misura la democrazia, non nell’essere tutti legislatori, bensì nella sapiente individuazione di efficienti “organi di garanzia”.  Nella costruzione di un sistema in cui l’esercizio del “potere” (in qualsiasi forma si esprima) sia bilanciato da altri poteri che contengano il primo, lo controllino e – in ultima istanza – lo vanifichino quando diventi “abuso”.

Nel sistema costituzionale repubblicano questo bilanciamento è stato tenuto in grande considerazione attraverso le funzioni di garanzia attribuite al Presidente della Repubblica, al CSM, alla Magistratura, alla Corte Costituzionale.

Funzione di garanzia che nei sistemi democratici è svolta pure dai “corpi intermedi” e  dalla stampa.

Il concorso effettivo di queste funzioni di garanzia consente l’esercizio democratico, non certo la mera funzione legislativa, il farsi ciascuno di noi legislatore.

Oggi dobbiamo pretendere la realizzazione del progetto di società delineato dai Padri Costituenti, con quelle garanzie democratiche così lucidamente delineate, aggiungendo ciò che le conoscenze future e le esperienze virtuose di altre democrazie ci insegnano.

In questa ottica è necessario inserire nella Costituzione strumenti partecipativi che consentano la diretta espressione della volontà Popolare, che la rendano vincolante, così come è stato il primo referendum sulla Repubblica. Quel referendum che ha dato inizio alla nostra storia repubblicana e che è stata ritenuta immodificabile, neppure per via di revisione costituzionale, proprio perché diretta espressione della sovranità popolare.

Non serve eliminare il Parlamento, non serve trasformare il Popolo tutto in legislatore, occorre individuare strumenti decisionali espressi direttamente dal Popolo che concorrano con il Parlamento a rendere effettivamente Sovrano il Popolo.

In questo senso, ad esempio, la iniziativa legislativa popolare di cui all’art. 71 Cost. deve divenire vincolante per il Parlamento, il quale deve esprimersi sulla richiesta normativa del Popolo entro tempi certi, direttamente previsti dalla Costituzione, attribuendo in caso di diniego o di omissione al Popolo stesso il potere di deliberare attraverso il referendum propositivo.

Occorre prevedere strumenti che rimettano al Popolo tutto le decisioni che incidono sull’ordinamento costituzionale, come i trattati internazionali.

In conclusione, la via maestra deve rimanere quella delineata nella Costituzione con una sapiente sintesi tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, dove alla seconda deve essere riconosciuta la dignità e l’effettività di strumento espressivo della Sovranità Popolare e non quale mero residuo accessorio della prima. Ma la democrazia diretta non può eliminare la funzione propria di mediazione e di rappresentanza del Parlamento, pena la barbarie e la vittoria degli interessi dei più forti.

Alessandro Crociata

(il presente scritto è riferibile al suo autore, il quale ne assume responsabilità, e viene pubblicato per alimentare il dibattito)

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